Commento al vangelo della I Domenica di Avvento (anno B)

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Dopo aver salutato Matteo che ci ha accompagnato per tutto lo scorso anno liturgico, la Chiesa ci invita a iniziare un nuovo cammino in compagnia dell’evangelista Marco. Ripartiamo insieme per (ri)scoprire il mistero di quel Dio innamorato che irrompe nella storia dell’uomo con il vagito di un cucciolo di Messia stretto fra le braccia della giovane Maria.
Riguardo al tempo d’Avvento vorrei subito chiarire un equivoco nel quale possiamo cadere. L’Avvento non è un “bel giochino” in cui si fa finta che Gesù non sia ancora venuto e ci si mette ad aspettare tutti preoccupati che finalmente nasca il Salvatore. Gesù è già venuto! Lui è già in mezzo a noi! Siamo noi che ce lo scordiamo e viviamo come se Dio non si fosse ancora impastato con la nostra carne e con la nostra storia.
Inizia il tempo di Avvento. Av-vento è una parola che vuol dire letteralmente: “Qualcosa che ti viene incontro”. C’è il suo venire e il mio essere disponibile ad accogliere ciò che viene.
L’avvento quindi implica sempre un essere sorpresi: ciò che ci viene incontro non è mai come noi l’avevamo pensato, pianificato, creduto, aspettato. Ha sempre un margine che ci sfugge, che va oltre. Perché la Vita è più grande dei nostri pensieri e più ricca e creativa della nostra mente. Chi si fida, chi si lascia condurre, avrà delle sorprese. Il Messia doveva essere un re forte, potente, vincente. Il Messia venne ma non fu come se l’aspettavano: “Sorpresa!”.
Lasciarsi sorprendere vuol dire permettere che Dio agisca nella nostra vita, lasciargli un po’ di margine perché ci conduca Lui. Tutto quello che decidiamo noi non ci sorprende: lo conosciamo già! Per questo l’avvento è sempre un’av-ventura: perché è un andare incontro verso qualcosa che ancora non conosciamo e questo, se da una parte ci elettrizza, ci attrae, dall’altra ci fa paura e ci costringe a cambiare le nostre idee su di noi, sulla Vita, su Dio.
Insomma l’Avvento è un tempo in cui tutto si fa più vicino: Dio a noi, noi agli altri, io a me stesso.
L’altro grande elemento dell’Avvento è l’attesa.
Tutte le cose hanno un tempo di attesa, di germinazione, di ruminazione, di incubazione, di fermentazione. Prima del loro tempo le cose non nascono.
L’attesa è tenacia: è rimanere anche se non si vedono i frutti, anche se non sembra succedere niente, anche se non ci sono apparenti vie d’uscita, anche se mi sembra di essere sempre al solito punto.
Il cammino di Avvento ci addestra a dare senso al tempo, a non farcelo scivolare addosso, a riempirlo della Sua presenza e a ripartire da Lui.
Vorrei che il mio Avvento e quello della mia comunità iniziasse così: rimettendo Lui al centro. Perché questo è il suo posto. O al centro ci metti Lui, o tutto è un gran caos…
Il brano del Vangelo di questa prima domenica ruota attorno ad una mini-parabola. Dio è come quel padrone che torna all’improvviso, senza annunciarsi con un sms o con una mail… E’ proprio così: ogni ingresso di Dio nella nostra vita è libero e misterioso, non è calcolabile o intuibile. Allora, dice Gesù, è necessario essere uomini svegli e attenti per non lasciarsi sballottare e stordire dalle false urgenze del mondo.
L’invito è chiaro per tutti: ognuno deve rimanere vigile, sveglio, non prendere sonno. Questo è il grande pericolo della vita: prendere sonno, vegetare, sopravvivere. Non morire: rimani vivo. Non dormire: sii sveglio.
Sii in ogni istante lì dove sei.
Adesso sei qui. Rimani qui. Non scappare. Vivi, assapora, senti questo momento. Molti di noi mentre sono qui con il corpo, con la mente o con i pensieri sono altrove. La mente li porta sempre in altri posti, in altri pensieri, in altri luoghi, in altri problemi.
L’invito del vangelo è forte: “Vegliate”.
La parola “vegliare” vuol dire “stare in guardia”. E’ l’osservare della sentinella o del guardiano che si accorge se qualche pericolo si avvicina.
Il vegliare di cui parla Gesù ha vari aspetti.
Tutti si aspettavano un re forte e invece Dio venne come un bimbo: “Sorpresa!”. Dio passò su questa terra come un bambino e tanti dissero: “Dio non è qui! Tutto questo non c’entra con Lui”. E così lo rifiutarono. Innanzitutto vuol dire: “Accorgiti di quando Lui passa”.
Vegliare, per questo vangelo, ha poi un secondo significato: vegliare nei confronti del male. Gesù ci paragona al guardiano il cui compito più importante è quello di vigilare.
Cosa entra nel nostro cuore? Cosa entra nella nostra anima?
Vegliare vuol dire essere a contatto con la realtà. Vegliare vuol dire non credere alle illusioni. Il mistico è il “desto”, il “risvegliato”, lo “sveglio”, colui cioè che non dorme, che non s’inganna, colui che vede le cose per quello che sono, e che è a contatto con la realtà. C’è chi si illude dicendosi: “Troverò il partner giusto e sarò felice”. “Col tempo le cose cambieranno”. “Quando avrò più soldi allora mi godrò la vita”. “Quando sarò così (più bello, più magro, più studiato, più…) allora andrò bene”.
Vegliare vuol dire tenere gli occhi aperti! Le civette, con i loro grandi occhi, vedono chiaramente anche nella notte. È questa la vigilanza cui ci richiama il Vangelo: vedere nella notte ciò che altri non vedono. Scorgere una Presenza anche laddove tutto pare avvolto dal buio, un significato dove tutto pare non senso, un amore anche dove tutto pare inimicizia e odio.
All’inizio dell’ Avvento 2020 ci sveglia con uno squillo di tromba: “Fate attenzione!”
Attenzione per non far diventare la nostra fede un impasto di scaramanzie e superstizioni.
Attenzione per non cadere nell’abitudinarietà che surgela la preghiera e lo stupore.
Attenzione per non mettere in stand-by la ricerca di Dio, illudendoci di essere già a posto.
Attenzione per darci una mossa e abbandonare il demone della pigrizia.
Attenzione per sfuggire al Natale finto dei buoni sentimenti, e lasciarci interpellare dal Dio che irrompe dentro storia degli uomini.
Attenzione per dare ordine alla vita, per stabilire priorità e imparare a scegliere nella logica di Dio.
Attenzione per riconoscere il volto inedito di quel Dio che in incognito si affaccia nella nostra vita…
La Bella notizia di questa Domenica? Da oggi abbiamo una possibilità nuova: il Signore viene, ancora, per noi. Questa è la notizia buona dell’Avvento: Lui non si è ancora stancato di noi!

Commento al vangelo di Domenica 22 Novembre

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Siamo arrivati alla fine dell’anno liturgico passato in compagnia di Matteo. Come ultima tappa del nostro percorso siamo invitati a contemplare la regalità di Gesù.
Abbiamo bisogno di ribaltare, di capovolgere l’idea di regalità a cui siamo abituati.
Gesù è re perché serve, e non perché è servito.
La parabola di oggi incute paura e terrore perché Dio sembra esigente e fiscale. Sembra che Dio abbia un grande libro dei conti e alla fine della vita, nel giorno del Grande Giudizio, tiri le somme: se le azioni negative sono superiori di quelle positive: inferno eterno. Se, invece, sono superiori, le positive: Paradiso eterno.
D’altronde se prendete la Bibbia di Gerusalemme, leggete come titolo di oggi: “Il giudizio finale”. E nel giudizio finale, quindi, Dio punisce alcuni e premia degli altri. Ma attenzione perché i titoletti (che li abbiamo messi noi non Gesù!) sono utilissimi ma alcune volte anche fuorvianti, come il caso di oggi.
Cosa fa il Figlio dell’Uomo? “Si siede sul trono della gloria”.
Cos’era il trono della gloria? Era un modo per definire il Tempio, dove cioè Dio stava.
Al tempio ci potevano andare solo i puri: i peccatori, gli altri, no!
Ma adesso “il trono della gloria” non è più un luogo (il tempio) ma una persona (Gesù). Dio non risiede più in un luogo ma nelle persone, in chi lo ama e lo accoglie.
“E saranno riunite davanti a lui tutte le nazioni”.
“Nazioni” è “ethne”. Quando si parla di “ethne” si intende sempre i pagani.
Nel vangelo di oggi si parla dei pagani, di tutti quelli, cioè, che non hanno mai conosciuto Gesù, che non ne hanno mai sentito parlare o che magari lo hanno rifiutato perché gli è stato presentato Dio in maniera erronea, distorta. Non è un giudizio universale. Matteo si pone la domanda: “Cosa succede per tutti quelli che non hanno conosciuto il messaggio di Gesù?”.
Matteo si rifà alla pratica dei pastori che la sera, quando si radunava il gregge, separavano i capri dalle pecore per poi procedere alla operazione della mungitura.
Ma cos’hanno fatto questi “benedetti” per avere “il regno”? Sei azioni e nessuna che riguardi la preghiera. Non lo trovate curioso?
Sono dei bisogni degli uomini. Amore, dice Gesù, è prendersi cura di questi bisogni.
Gesù dice: non è l’osservanza, il comandamento, ma l’amore che ti fa vivere oggi e domani.
Gesù non dice: “Quando ami uno, lo fai per me” ma “quando ami uno, ami me”.
Non si fanno le cose “per carità cristiana”; si fanno perché nascono dal cuore.
Un giorno chiesero a Madre Teresa: “Perché lo fa?”. Si aspettavano come risposta: “Per Dio”. E invece lei sorridendo disse: “Per amore”. “Cioè per Dio”, ripresero. “No, per amore. Perché la sua sofferenza tocca il mio cuore”. Non si ama l’altro perché Dio lo comanda ma perché ci tocca il cuore, l’anima. “E se Dio non ci fosse?”, chiesero una volta sempre a Madre Teresa. “Non ho amato per Dio, ho amato per amore di chi mi stava davanti”. E siccome nell’uomo c’è Dio, amando il fratello lei amava anche Dio. E poi concluse: “Non so mai se chi dice di amare Dio, lo ami davvero. Ma so che chi ama l’uomo, lo sappia o no, ama Dio”.
Poi il re dirà a quelli alla sua sinistra: “Via, lontano da me maledetti”.
Prima aveva detto: “Venite, benedetti dal Padre mio”. Qui, invece, non si dice: “Maledetti, dal padre mio”, ma solo: “Maledetti”. E da chi sono maledetti? Non certo da Dio! Si sono maledetti da se stessi!
“Nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli”. Il fuoco non è l’inferno dove si finisce arrostiti! Gesù prende un’immagine del suo tempo: a quel tempo c’era la Geenna, nella Valle dell’Hinnon, che era l’immondezzaio di Gerusalemme. Lì vi era sempre il fuoco perché venivano bruciati tutti i rifiuti.
La cosa che mi commuove, delle cose ultime, è che Dio non mi giudicherà scorrendo l’elenco delle mie debolezze, ma quello dei miei gesti di bontà; non indagherà le mie ombre ma annoterà i semi di luce o il polline di bene che ho seminato.
“Distogli il tuo sguardo dal mio peccato”, supplicava Davide nel salmo del pianto. Ed ecco che Dio esaudisce quel grido, nell’ultimo giorno distoglierà il suo sguardo dal male, per sempre lo fisserà sul bene. Sul bene concreto: e l’umiltà della materia è così importante che Dio vi ha legato la salvezza, l’ha legata a un po’ di pane, ad un bicchiere d’acqua, ad un vestito donato, ai passi di una visita. Non alle cose però, ma al cuore detto dalle cose.
A nessuno di noi è chiesto di compiere miracoli, ma di prenderci cura. Non di guarire i malati, ma di visitarli; di accudire con premura un anziano in casa, custodire in silenzioso eroismo un figlio disabile, aver cura senza clamori del coniuge in crisi, di un vicino che non ce la fa.
Questa è la grandezza della fede evangelica: il tema del supremo confronto tra uomo e Dio non è il peccato ma il bene. Misura dell’uomo, misura di Dio, misura della storia è il bene.
Il nostro futuro, cielo e paradiso, è generato dal bene che io, tu, noi abbiamo donato.
Il giudizio di Dio è l’atto che dice la verità ultima dell’uomo, e per trovarla non guarderà me, ma intorno a me: le mie relazioni, la porzione di poveri e di lacrime e di amori che mi è affidata e che devo custodire con la mia vita. Se c’è qualcosa di eterno in noi, se qualcosa di noi rimane quando non rimane più nulla, questa cosa è solo l’amore.
La festa di Cristo Re, risponde alla più universale delle speranze umane. Ci assicura che l’ingiustizia e il male non avranno l’ultima parola.
Quando il Figlio dell’uomo ritornerà sulla terra non ci chiederà quante candele abbiamo acceso, quante pratiche religiose abbiamo snocciolato o a quanti pellegrinaggi abbiamo partecipato, ma quanto abbiamo amato! Bellissimo!
Ecco il rostro re! Lui è re potente perché ha lavato i piedi ai suoi discepoli e ha dato il boccone a Giuda, amando così chi l’ha odiato, e donando vita a chi gli ha tolto la sua.
Ecco l’unica modalità di essere re, dice Dio: dare la vita senza toglierla a nessuno.
Servire gli uomini e non servirsene. Mettersi nelle mani degli altri e non tenere nessuno in pugno.
Dio è onnipotente solo nell’amore. Va da sé che l’unico giudizio di Dio sull’uomo e sulla storia sarà quello esercitato sulla croce, la misericordia, il dono massimo di sé per unire a sé ogni “ladrone crocifisso”.
E quella parte di noi che non sarà riuscita a spendersi e giocarsi nell’amore, perché ancora segnata dalla fragilità, dalla povertà esistenziale, allora sarà raggiunta dal suo Spirito di amore, che come fuoco divorante brucerà la parte malata di egoismo che ci portiamo dentro, conservando però per sempre la persona che abbiamo edificato col bene compiuto.
La bella notizia di questa Domenica? Dio non può che giudicarci amandoci. E ci amerà unendo a sé tutti coloro che hanno dilatato la propria umanità sino alle conseguenze ultime dell’amore attraverso la cura dei fratelli.

Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo

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Oggi la Chiesa chiude l’anno liturgico 2019/2020 e lo fa nel migliore dei modi con la solennità di Cristo Re dell’Universo, una festa nata agli inzi del XX secolo per reagire ai totalitarismi politici ma che dopo il Concilio ha trovato la sua propria collocazione sia liturgica sia pastorale alla fine dell’anno liturgico . La Figura luminosa e grande di Nostro Signore considerato Alfa e Omega della Storia del mondo e della nostra Storia personale, l’attesa della Parusia finale verso la quale tutti camminiamo e la sottolineatura della partecipazione ai tre doni della profezia, dela reaglità e del sacerdozio di Cristo da parte dell’umanità pervadono interamente tutta la solenne e sanat liturgia di questa ultima domenica dell’anno ,in cui anche le antifone e gli Inni della Liturgia delle Ore sono particolarmente suggestivi e provocanti.

L’Introito solenne e maestoso ma allo stesso tempo confortante ci fa contemplare il Signore Crocefisso e Risorto Vivente in eterno , con le parole dell’apocalisse che lungi dall’essere tetra e spaventosa profezia sul futuro è il canto della Chiesa pellegrina verso il suo Sposo che era che è e che verrà alla fine dei tempi.

Antifona d’ingresso
L’Agnello immolato
è degno di ricevere potenza e ricchezza
e sapienza e forza e onore:
a lui gloria e potenza nei secoli, in eterno. (Ap 5,12; 1,6)

Certo siamo dvanati ad uno degli Introiti più importanti e solenni che richiama la gloria e la grazia della Pasqua che , appunto, ogni domenica si rinnova in tutta la sua potenza salfica attraverso il sacrificio che rende vivo e presente l’Agnello immolato.

La Preghiera di Colletta ci da la chiave giusta per leggere nel presente la bellezza e la grandezza della verità di fede che oggi celebriamo : la regalità del Cristo Signore principio e fine di tutto il Creato, per il quale tutto viene non solo creato ma tenuto in vita , rinnovato e portato a compimento.

Colletta
Dio onnipotente ed eterno,
che hai voluto rinnovare tutte le cose
in Cristo tuo Figlio, Re dell’universo,
fa’ che ogni creatura, libera dalla schiavitù del peccato,
ti serva e ti lodi senza fine.

Nella sua Parola, che è il Verbo , Dio ci ha dato e ci ha detto tutto e non si ripete mai a noi sta l’impegno di accogliere questa Verità e di farla fruttificare nella nostra vita nella lode e nell’amore senza fine .

Preghiera sulle offerte
Accetta, o Padre,
questo sacrificio di riconciliazione,
e per i meriti del Cristo tuo Figlio
concedi a tutti i popoli il dono dell’unità e della pace.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.

All’offertorio , mentre noi presentiamo i nostri poveri doni, per impetrare il perdono e la riconciliazione Dio ci viene incontro con il potere del re che è l’amore sacrificato e donato dal quale scaturiscono per tutti i popoli , in una dimensione universale e cosmica i doni dell’unità e della Pace. Lungi dal voler chiedere l’istaurazione della critianitas a cui alcuni filosofi e sovrani del Medioevo aspiravano, in questa preghiera abbiamo già delineato il regno del Signore che poi viene cantato nel Prefazio che vale la paena di riportare nella sua interezza e che illumina e spiega a solo tutto il senso mistagogico e pedagogico della festa odierna .

È veramente cosa buona e giusta,
nostro dovere e fonte di salvezza,
rendere grazie sempre e in ogni luogo
a te, Signore, Padre santo,
Dio onnipotente ed eterno.
Tu con olio di esultanza
hai consacrato Sacerdote eterno
e Re dell’universo il tuo unico Figlio,
Gesù Cristo nostro Signore.
Egli, sacrificando se stesso
immacolata vittima di pace sull’altare della Croce,
operò il mistero dell’umana redenzione;
assoggettate al suo potere tutte le creature,
offrì alla tua maestà infinita
il regno eterno e universale:
regno di verità e di vita,
regno di santità e di grazia,
regno di giustizia, di amore e di pace.
E noi,
uniti agli Angeli e agli Arcangeli,
ai Troni e alle Dominazioni
e alla moltitudine dei Cori celesti,
cantiamo con voce incessante
l’inno della tua gloria
.

Dopo tanta Luce e dopo aver contemplato il Re dell’universo crocefisso e risorto racchiuso sacramentalmente e realmente nell’Eucaristi, che in questo giorno viene esaltata anche nell’Adorazione pubblica e solenne, la preghiera dopo la comunione ci fa chiedere di essere discepoli felici e obbbedienti e cavalieri del Vero e Unico re per diventare poi suoi fratelli nel Regno eterno che già si apre davanti a noi se sappiamo vederlo nel nostro quotidiano e che ci chiama a riprendere spediti il cammino nel nuovo anno liturgico che si annuncia all’orizzonte con un nuovo avvento

Preghiera dopo la comunione
O Dio, nostro Padre, che ci hai nutriti
con il pane della vita immortale,
fa’ che obbediamo con gioia
a Cristo, Re dell’universo,
per vivere senza fine con lui
nel suo regno glorioso.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.

Commento al vangelo di Domenica 15 Novembre 2020

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Monastero di Bose - La parabola dei talenti

Spesso questa parabola nel corso dei secoli è stata letta così: “Metti a disposizione i tuoi talenti, le tue doti, le tue capacità e non sotterrarle”. Questo aspetto è vero, ma il suo senso è molto più profondo.
Qual è l’elemento che fa la differenza tra i primi due servi e il terzo? La paura. Sì, cari amici, la paura.
I primi due sono coraggiosi, generosi, concreti; riconoscono la grande fiducia del padrone che gli ha affidato tutta quella ricchezza e si giocano (… non si dice come!) per raddoppiare quello che hanno ricevuto. Ma il terzo servo ha paura e sotterra tutto. Vive nel terrore. Si accontenta di restituire il talento conservato.
Ci sono tre motivi, tre paure che spingono il terzo uomo a seppellire il proprio talento.
Il primo è la paura degli altri, di quello che potrebbero dire di lui.
Lui si sente svantaggiato perché ha solo un talento, si paragona agli altri, si sente meno dotato di loro e rifiuta anche quello che è e quello che ha.
Troveremo sempre qualcuno, infatti, inferiore a noi per disprezzarlo e qualcuno superiore a noi per disprezzarci.
Pensate all’assurdità di questo uomo che nasconde, seppellisce, l’unica cosa che è proprio sua.
Il secondo motivo è la sua immagine di Dio.
Quest’uomo ha paura di Dio: “Signore so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; per paura andai a nascondere il talento sotterra” (25,25).
Ma che Dio è questo? Ma che Dio ha davanti agli occhi quest’uomo? Ma come sarà stato educato? E’ ovvio che egli ha paura, perché se Dio fosse così ci sarebbe davvero da aver paura. Chi non sarebbe terrorizzato, paralizzato da un Dio che non ammette errori, col quale non si può sbagliare, un Dio efficiente.
Che idea del padrone avevano i primi due servi e che idea, invece, aveva il terzo?
Che idea ho io di Dio e che idea, invece, mi propone il Rabbi di Nazareth?
Questo è il centro. Non solo della parabola, ma del Vangelo.
Il terrore del peccato (e ci fu un tempo in cui tutto era peccato, ma proprio tutto) del non essere in grazia, dello sbagliare, di commettere qualcosa di non religioso ha creato delle immagini distorte di Dio.
Se credevi in Dio non potevi fare quasi niente: non ci si poteva divertire, concedersi, provare sentimenti, realizzarsi, amarsi, espandersi. Tanto valeva farne a meno di un Dio nemico dell’uomo. Tutto era vietato e a tutto si doveva rinunciare.
Questa immagine di Dio ha creato personalità bloccate, vuote, fredde, rigide, senza spina dorsale, incapaci di amore e di umanità, ma che dicevano tante preghiere e che andavano tanto in chiesa. Dentro di loro, però, spesso non scorreva vita, solo tanta paura.
Ma questo è Dio? Se temiamo Dio vuol dire che dobbiamo cambiare idea su di Lui. Vuol dire che quello che abbiamo trovato non è ancora Dio.
Trovo ancora molti cristiani che pensano a Dio come a un ragioniere spietato; o come a un poliziotto sadico che si diverte a staccare multe per ogni nostra infrazione; o come a un enorme “devotimetro” che fa’ piovere dal cielo favori in base ai meriti acquisiti sul campo di battaglia. Ma questo è un incubo, non è il Dio rivelato da Gesù di Nazareth.
Il Dio di Gesù è quel Padre appassionato che si fida di noi e ci affida un tesoro prezioso senza nemmeno chiedere un colloquio informativo. E non rimane col fiato sul collo, se ne va, si fida, ci tratta da adulti.
Spetta a noi decidere che fare di questo dono. Scoprirci figli e metterci in gioco nell’amore, o rimanere all’ombra dei nostri fantasmi e deprimerci mentre ci scaviamo la fossa per sotterrare l’amore…
Il terzo motivo è il pensiero della sicurezza. Quest’uomo ha paura di sbagliare.
Quest’uomo non vuole fare errori, ma proprio perché non li vuole fare, fa l’errore più grande. La paura, infatti, ti porta a realizzare proprio ciò che non vuoi. La paura attrae ciò di cui si ha paura. Chi ha paura dei cani, ad esempio, sa benissimo che così facendo li attrae.
Questo uomo vorrebbe controllare in tutto la sua vita. Ma non si può! Non ci si può salvaguardare da tutto e non si può vivere pensando di non sbagliare mai. Pensare così è voler essere perfetti, ma in realtà equivale a non vivere.
Gesù ci invita, invece, a prendere consapevolezza e coscienza del nostro potere, del nostro potenziale (”potevi almeno affidare il denaro ai banchieri!”), a renderci conto che possiamo agire, che abbiamo il nostro potenziale e le nostre risorse. Gesù non sa che farsene di quelli che si sentono vittime o i “più sfortunati del mondo”.
Gesù vuole che ci accorgiamo del nostro vittimismo, che la smettiamo di girare attorno a noi stessi e che prendiamo la forza e il coraggio per agire, per osare e rischiare la nostra vita.
La paura ci porta a seppellire la nostra vita. La nostra vita che era stata pensata per fruttificare, per esser feconda, per realizzarsi, per divenire, per espandersi, si raggrinza, di deforma, si esaurisce.
Un proverbio indù dice: “Si muore per non aver osato”.
Il più grande pericolo nella vita non è di sbagliare ma di non vivere. Il più grande pericolo è permettere alla paura di impedirci la vita.
E come si vince la paura? Vivendo! Provando e riprovando ad agire anche se si ha paura.
Rileggo il brano di Matteo e sento forte, viva e attuale questa Parola.
Quante delle nostre comunità vivono come il servo che si accontenta, frenate dalla paura, ripetitive e pigre! Quanti cristiani confondono l’umiltà con l’elegante rifiuto delle proprie responsabilità e sotterrano il tesoro prezioso che è stato dato loro in dono.
Tutta questa paura che frena e rende ripetitiva e dimissionaria la nostra vita cristiana, dipende anche, o soprattutto, dall’idea di Dio che custodiamo nel cuore.
La bella notizia di questa Domenica? Come dice un racconto chassidico, al termine della vita non mi sarà chiesto se sono stato come Mosè o Elia o uno dei profeti ma solo se sono stato me stesso.

XXXIII Domenica Tempo Ordinario Lectio Liturgica

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Eccoci nel cuore del mese di noembre alla penutima domenica e settimana dell’anno liturgico, mentre gli amici ambrosiani inizano il nuovo anno con l’inizio solenne dell’Avvento. Queste ultima due domeniche dell’anno liturgico intrise e inzuppate di speranza , di cielo e di escatologia sono però al contempo aderenti alla vita quotidiana e ecclesdiale perchè fine anno vuol dire sempre, anche per lo spirito , tempo di bilanci sia consuntivi che in previsione. Il tema della morte e della vita eterna pervade tutto il mese di novembre e vede il suo culmine nell’ icona di Cristo Re dell’universo che avremo la gioia di celebrare nella prossima domenica .

L’antifona di ingresso ci presenta un Duio che raccoglie tutti i suoi figli dispersi per una grande festa, quella della domenica senza tramonto e che ha progetti di pace per tutti . L’idea è quindi di una grande assemblea , rappresentata dalla comunità che celebra la Pasqua settimanale , chiamata alla gioia e alla pace:

Antifona d’ingresso
Dice il Signore:
“Io ho progetti di pace e non di sventura;
voi mi invocherete e io vi esaudirò,
e vi farò tornare da tutti i luoghi dove vi ho dispersi”.(Ger 29,11.12.14)

L’Orazione di Colletta , invece, ci sprona all’impegno della vita cristiana che pervade tutta la nostra esistenza come ” santo servizio” che è la fonte del senso della vita e quindi quello che da gioia e pace al nostro vivere quotidiano. La vita per il cristiano è come una lunga e intensa giornata di lavoro che vede la propria ricompensa nel lavorarare sin dal mattino per il Signore e Creatore del mondo, con il suo aiuto continuo e sotto il suo sguardo benedicente . E’ una preghiera che lungo questa settimana possiamo fare nostra all’inizio di ogni giornata ed è una preghiera che ci chiama a verificare la qualità del nostro servire che sempre deve essere dedizione cioè servizio gioioso e assoluto per Colui che ci ama e che ci può e ci vuole dare felicità, quindi beatitudine, piena e duratura perchè vera e autentica.

Colletta
Il tuo aiuto, Signore,
ci renda sempre lieti nel tuo servizio,
perché solo nella dedizione a te, fonte di ogni bene,
possiamo avere felicità piena e duratura.
Per il nostro Signore Gesù Cristo…

La Preghiera all’offertorio prosegue con lo stesso tema del servizio a cui però si aggiunge l’offerta delle sacre specie del pane e del vino a cui va aggiunta tutta la nostra vitadata, spezzata e offerta per tutti e con tutti per Dio e in Dio. La parola ciave dell’eucologia di questa domenica è quindi servizio e offerta cioè servizio gratuito e disinteressato dove l’unica moneta da ambo le parti si chiama amore . Nella preghiera il servizio viene definito una grazia che ci prepara il frutto , cioè la ricompensa di un’eternità beata che però ha inizio qui ed ora sulla terrra in seme per poi fruttificare alla fine dei tempi in Paradiso. Ecco l’escatologia cristiana vera , dal giornale al paradiso .

Preghiera sulle offerte
Quest’offerta che ti presentiamo, Dio onnipotente,
ci ottenga la grazia di servirti fedelmente
e ci prepari il frutto di un’eternità beata.
Per Cristo nostro Signore.

La Preghiera finale dopo la Comunione pone al centro il soggetto e oggetto del mistero celebrato per cui vine svelato il nome di colui che è nostra speranza ,nostra gioia e nostra beatitudine : Cristo Morto e Risorto in lui per lui e con lui siamo edificati tempio vivo e santo di Dio per il bene del mondo

In questa ultima domenica prima della solennità di Cristo Re e per preparaci alal fine di un altro anno liturgico meditiamo dunque bene su chi siamo noi e su quello che vogliamo essere per diventare annuncio di cielo e strada di Paradiso a quanti incontriamo sulle strade della vita che da infinita si può fare eterna già qui ed ora

O Padre, che ci hai nutriti con questo sacramento,
ascolta la nostra umile preghiera:
il memoriale, che Cristo tuo Figlio
ci ha comandato di celebrare,
ci edifichi sempre nel vincolo del tuo amore.
Per Cristo nostro Signore.

Commento al vangelo di Domenica 8 Novembre

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Lampade a olio e grasso animale – VitAntica

La parabola di oggi è imbarazzante, mette in crisi chi ne deve dare una spiegazione e mette in crisi gli ascoltatori perché è una parabola dove ognuno dei protagonisti fa una pessima figura.
Fa una brutta figura lo sposo.
Fanno una brutta figura le stolte che hanno preso la lampada senza portarsi l’olio.
E fanno una brutta figura anche le sagge che rifiutano di dare l’olio alle altre.
Perché le cinque sagge non vogliono spartire l’olio? Sono proprio cattive!
Non bisogna essere degli esperti in riti nuziali, per intuire che il racconto di Gesù che la liturgia della Parola ci offre, narra di un matrimonio un po’ strano.
Come può lo sposo arrivare in piena notte?
Com’è possibile che la sposa non sia mai nominata?
E poi – da che mondo è mondo – non spetta forse a lei arrivare in ritardo?
E che senso ha dire alle fanciulle rimaste senza olio di andare a comperarlo nel cuore della notte? Poverette!
Come può uno sposo essere così acido con quelle povere ragazze nel giorno più bello della sua vita?
Certo, i dettagli non quadrano.
Gesù non sta parlando di un matrimonio qualsiasi, di una festa di nozze qualsiasi.
Questo è il matrimonio per eccellenza, queste sono le nozze senza fine.
Lui, il Signore glorioso, è lo sposo.
Noi, umanità in cammino, siamo la sposa.
Per capire la parabola dobbiamo capire queste immagini che sono tanto distanti da noi perché si rifanno agli usi matrimoniali del mondo ebraico.
La parabola ci mette davanti agl’occhi due modelli. Tutto è giocato su un forte contrasto tra la saggezza delle ragazze che insieme alle lampade prendono la ricarica d’olio, e quelle stolte che non prevedono la necessità e si lasciamo sorprendere dal ritardo dello sposo.
Poiché lo Sposo tardava…”: ecco il particolare decisivo della parabola, soprattutto agli orecchi dei lettori di Matteo. Il problema è il ritardo della parusia, della venuta finale di Gesù, un vero e proprio trauma per le prime generazioni cristiane. E noi attendiamo ancora il Veniente oppure – come affermava Ignazio Silone – abbiamo per la sua venuta lo stesso entusiasmo di quelli che aspettano l’autobus alla fermata?
Le dieci ragazze sprofondano tutte nel sonno, nessuna esclusa.
Si faccia attenzione al paradosso: si sta parlando di vigilanza, di veglia, e tutte dormono! Dunque, che tipo di vigilanza è quella a cui Gesù vuole esortarci? Dove sta la differenza tra le stolte e le sagge, se tutte indistintamente si assopiscono e dormono?
Mi colpisce che il contrasto sia centrato sulle riserve d’olio e non sul sonno.
Sia le ragazze sagge che quelle stolte si addormentano, non sta qui la differenza su cui Gesù vuole attirare l’attenzione.
Lui, maestro e sposo, conosce la nostra debolezza e le fatiche della quotidianità che stroncano tutti i nostri mistici entusiasmi. Può capitare che la nostra fede si assopisca, che ci siano dei periodi di stanchezza e di fatica. A volte la vita ci mastica, ci spoglia di tutto e ci riconsegna alla nostra povertà. A volte è un miracolo arrivare a fine settimana…
Il Signore lo sa, stiamo tranquilli. La parabola vuole richiamarci ad un’altra esigenza della vita cristiana.
Cos’è questo olio che non hanno? Sono le opere buone. Lo sentiremo fra due domeniche: “Quando Signore ti abbiamo visto forestiero, nudo, ammalato, affamato, in carcere?”. “Ogni volta che avete fatto queste cose ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,31-46).
Il metro di giudizio di Dio è l’amore. Il resto non conta. Preghiere, riti, meriti, studi, onori, fama, soldi, conoscenze, tutto questo non serve nulla se non è a servizio dell’amore.
A quelle che non hanno l’olio Gesù dice: “In verità non vi conosco”
Cosa vuol dire? Che non basta fare belle prediche, costruire grandi chiese, fare grandi opere, tirare in ballo “Dio” in ogni parola e in ogni frase per essere riconosciuti da Lui.
Dio, che è l’Amore, riconosce l’amore che ognuno ha e vive. Il resto non lo conosce. Lui non conosce la fama, la gloria, il successo, gli onori. L’unico linguaggio che Lui conosce è l’Amore. In Dio (cioè in Paradiso, nell’Aldilà, o come volete chiamarlo) l’unico linguaggio è l’amore.
Tutti conosciamo la preghiera che si recita per i defunti: “L’eterno riposo”, che sembra una specie di condanna all’ergastolo, alla prigione forzata, a stare sempre fermi a letto (riposo).
Entrare nel “riposo di Dio” non significa cessare l’attività per tutta la vita, per l’eternità, non fare nulla, riposare in santa pace, ma è un’immagine che indica che si è associati all’attività creatrice di Dio. Come? L’amore che abbiamo vissuto in questa vita ci associa a Dio per continuare ad amare e a costruire il mondo. Quindi quando saremo di là, continueremo ad amare.
In Paradiso noi continueremo a costruire, a lavorare nell’amore insieme con Dio.
E’ per questo che chiediamo gli aiuti ai santi o ai nostri cari che ci hanno preceduto. E facciamo bene, perché chi è “di là” costruisce nell’amore per chi è “di qua”.
Cosa dice a noi questo vangelo? Non dimenticarti dell’olio (consapevolezza).
Saggio, in greco phronimos (cioè il diaframma), indica l’interiorità dell’uomo.
Le vergini sagge incontrano lo sposo perché sanno, sono consapevoli, di ciò di cui hanno bisogno.
Delle volte siamo così presi dal presente che non pensiamo mai al fatto che questa vita è solo l’attesa delle nozze e non le nozze stesse. Quanto siamo miopi. Pensiamo che per essere dentro la storia basta rimanere svegli, ma nessuno rimane sveglio, anche quelle sagge si addormentano. Ma c’è qualcosa che rende quelle vergini sagge rispetto alle stolte, la lungimiranza con cui hanno preparato la crisi di quel ritardo e la crisi del sonno. Esse sono pronte anche se vengono sorprese dall’arrivo dello sposo. Hanno fatto scorta, sono allenate, c’è in loro una carta vincente che le altre non hanno: non hanno avuto la presunzione di fidarsi fin in fondo solo delle loro capacità.
La bella notizia di questa Domenica? E’ la certezza che la voce di Dio verrà. A me basterà avere un cuore che ascolta, ravvivarlo come una lampada, e uscire incontro a un abbraccio.

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