Commento al Vangelo di Domenica 18 Febbraio 2018


Con Gesù ci inoltriamo nel deserto per quaranta giorni.
E’ un tempo per verificare la nostra fede e rinvigorire il nostro cammino di discepoli.
E’ un tempo per ascoltare e ascoltarci, per (ri)scoprire il silenzio e la calma.
E’ un tempo per semplificare, per mettere ordine, per dare una gerarchia evangelica ai nostri impegni.
E’ un tempo per stabilire il centro e le periferie della nostra esistenza.
E’ un tempo di vivificazione, più che di mortificazione. Un tempo da preparare, da scegliere, da desiderare.
E’ un tempo di conversione per invertire le nostre rotte: da sé agli altri, dagli idoli muti al Dio della vita, dalla schizofrenia all’unità, dalla dispersione all’ordine, dalla confusione al silenzio, dalla superficialità all’essenziale, dall’ingordigia alla sobrietà, dalla presunzione all’umiltà…

La tradizione ci consegna tre parole chiave: digiuno, preghiera e carità.
Digiunare per sentire la fame, per scoprire che non basto a me stesso e che il mio egoismo non può nutrirmi. Digiunare per imparare a dire dei “no” che mi aprono a dei “sì” che allargano il cuore. Oltre al digiuno dal cibo – necessario e insostituibile – ci sono molti altri terreni in cui sperimentarsi, ognuno si scelga quello più urgente nel suo cammino spirituale. Mi permetto solo di consigliare un po’ a tutti il digiuno dal pettegolezzo, per imparare a guardare l’altro così come lo guarda Dio.
Pregare per trovare uno spazio quotidiano di deserto, di intimità con Gesù e la sua Parola. Pregare per riconoscere la mia totale appartenenza a Dio. Stabilire un tempo, trovare un luogo e mettersi in ascolto della Parola è un appuntamento irrinunciabile nella vita del discepolo. Senza fretta. Senza pretendere di “sentire” chissà cosa. Senza troppe parole. Stare davanti a Lui, questo conta.
Carità per ricordarmi che la fede deve cambiare anche le mie mani. Carità non significa dare quello che avanza o che non serve più, ma stare attenti ai bisogni dell’altro, condividere i doni che ho ricevuto, non chiudermi nel possesso che ammuffisce le ricchezze del cuore. Di certo non mancano le proposte per vivere esperienze concrete di carità, scegliamone una e rimaniamo fedeli. Ma non dimentichiamoci che la carità più urgente e capace di contagio, è quella della quotidianità, tra le mura domestiche, nella scuola, nel lavoro e pure nel tempo libero.

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Commento al Vangelo – 17 Febbraio 2018


Mi sembra di vederlo: un banco zeppo di carte, sacchetti ben sigillati per contenere le monete, una folla indisposta verso quelle tasse dovute all’invasore e dietro il bancone il futuro apostolo-evangelista Matteo, ancora ignaro di quell’incontro che avrebbe radicalmente cambiato tutta la sua vita.
Matteo era un tipo guardato con sospetto: non solo raccoglieva le tasse, ma lo faceva in nome dell’invasore straniero e pagano! Era dunque un peccatore pubblico, traditore del suo popolo, collaborazionista con i romani invasori. Ed è facile intuire che quando egli vide da lontano sbucare il chiacchierato Rabbì di Nazareth, alzò gli occhi al cielo e si preparò a mandar giù un altro bel predicozzo. Matteo probabilmente era abituato ai gesti e alle parole di disprezzo, una in più non gli avrebbe di certo cambiato la vita…
Il Rabbì gli si avvicinò. I discepoli e i passanti piombarono in un silenzio impastato di curiosità e attesa: “Chissà che ramanzina! Gli sta proprio bene, così impara a tradire il suo popolo e sfruttare la povera gente!”.
Ma Gesù, come sempre, sorprende tutti. Niente predicozzi. Niente invettive. Niente fulmini e saette. Nessuna condanna. Solo una parola: “Seguimi”. E Matteo, che dopo anni e anni scrive il suo Vangelo, è asciuttissimo nel descrivere la reazione: “Ed egli si alzò e lo seguì”.
All’incontro tra Matteo e Gesù, segue una grande cena. Tra gli invitati ci sono pubblicani e peccatori, e questo “ovviamente” fa scandalizzare i farisei. Poverini: loro sono convinti che l’amore di Dio sia un privilegio per i giusti, per quelli a posto, che vivono in ordine, che rispettano tutte le regole della legge e che ricevono come ricompensa delle loro fatiche lo stipendio della salvezza. Poverini: non hanno capito un tubo! Gesù non vuole una chiesa di puri, ma di peccatori accolti che accolgono e di perdonati che perdonano! Gesù non viene a radunare tutti i santi per fondare la chiesa dei perfetti, ma ad annunciare un perdono offerto incondizionatamente a tutti! Matteo, Zaccheo, Maria Maddalena, il cieco Bartimeo, la Samaritana… non sono stati accolti da Gesù con la clausola della conversione! Gesù li ha accolti, amati, invitati e chiamati indipendentemente da essa. L’amore di Dio è un dono gratuito, non il premio per la tua fatica. Il cristianesimo non è una religione del merito, ma l’esperienza del gratis di Dio.
Allora coraggio, cari amici! Lasciamoci stanare dal Signore Risorto che viene per offrire amore e perdono. Proviamo ad alzare la testa dal nostro banco delle imposte, il Rabbì e lì, ci viene incontro…

Commento al Vangelo – 16 Febbraio 2018

Il vangelo di oggi ci richiama al senso cristiano del digiuno che è quello dell’attesa dello sposo, di una visione nuziale della quaresima, come tensione al ritorno nella gloria del Signore Risorto.
La vicinanza con altre culture, come quella islamica e il rigidissimo digiuno del Ramadan, ci richiama al valore della condivisione di questo gesto: anche il sultano del Barhein, per un mese, sperimenta la sofferenza del mendicante.
Il digiuno cristiano, nei nostri tempi, ha assunto forme diverse, non necessariamente legate al cibo.
Il venerdì, giorno di memoria della passione del Signore, può essere giorno di digiuno dalla televisione per stare a giocare con i figli o per leggere un buon libro, propongo sempre alle coppie di dedicarsi una sera a settimana a fare i fidanzatini, digiunando dall’abitudine e così via.
Riguardo al cibo, compatibilmente all’impegno lavorativo (non è cioè il caso di svenire in ufficio!), possono essere proposte varie forme di digiuno: dal salto della cena per partecipare ad una veglia di preghiera, versando il corrispettivo della cena, alla simpatica abitudine di consumare, durante il venerdì, l’equivalente della calorie che consuma – ad esempio – un etiope (è un po’ complesso, ma qualche amico preparato su queste cose si trova sempre!).
Attenti alla vecchia e buona consuetudine del venerdì di magro: nato in un’epoca in cui solo i ricchi mangiavano carne tutti i giorni e perciò venivano invitati alla condivisione con verità, oggi rischia di essere anacronistico, costando molto di più il pesce della carne!
L’importante, amici, è lo stile, il richiamo, la tensione verso lo sposo. Tutto ciò che ci può ricordare questa tensione è bene accetto agli occhi di Dio…
Signore, noi oggi digiuneremo per ricordarci che ci stiamo preparando ad una festa di nozze. Rendi autentico e solidale il nostro digiuno, senza ipocrisia ed esteriorità.

Commento al Vangelo – 15 Febbraio 2018

“Se qualcuno vuol venire dietro a me…”
Il Rabbì è chiaro: c’è una possibilità nuova, c’è un invito, una partenza.
No, non è per gli altri.
E’ per te.
Per te che senti il desiderio di liberare tutto l’amore che hai nel cuore.
Per te che senti la tua fede stanca, abitudinaria, insipida.
Per te che hai intuito che l’unico modo per salvare la vita dalla morte è donarla per amore e anche per te che da questa logica non sei minimamente sfiorato.
Per te che porti ogni giorno una Croce pesante e sei riuscito a darle un nome, a scoprire che non una è zavorra, ma un trampolino.
Per te che sei stanco di una religione ridotta a morale e devozione, e vuoi metterti in cammino in compagnia del Risorto.
Il Maestro ti invita.
Che pensi di fare?

La Parola di Dio ben letta e ben spiegata, è un diritto dei fedeli.

“L’ascolto delle Letture bibliche, prolungato nell’omelia, risponde al diritto spirituale del popolo di Dio a ricevere con abbondanza il tesoro della Parola di Dio”. Lo ha ricordato Papa Francesco nella catechesi all’Udienza Generale di oggi, nella quale ha molto insistito sul concetto di diritto dei fedeli ricordando che questo obbliga i sacerdoti anche a provvedere affinchè le pagine bibliche “siano lette bene” e anche a preparare bene le loro omelie. “Il Signore – ha sottolineato – parla per tutti, pastori e fedeli. Egli bussa al cuore di quanti partecipano alla Messa, ognuno nella sua condizione di vita, età, situazione. Consola, chiama, suscita germogli di vita nuova e riconciliata”. “Perciò – ha aggiunto – dopo l’omelia, un tempo di silenzio permette di sedimentare nell’animo il seme ricevuto, affinché nascano propositi di adesione a ciò che lo Spirito ha suggerito a ciascuno. Dopo questo silenzio, la personale risposta di fede si inserisce nella professione di fede della Chiesa, espressa nel ‘Credo’, recitato da tutta l’assemblea, che manifesta la comune risposta a quanto insieme si è ascoltato dalla Parola di Dio”.

Secondo Francesco, del resto, “c’è un nesso vitale tra ascolto e fede. Questa, infatti, non nasce da fantasia di menti umane ma, come ricorda san Paolo, ‘viene dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo’”. “La fede – ha poi concluso il Papa – si alimenta, dunque, con l’ascolto e conduce al Sacramento”. Infatti “il ‘Credo’ vincola l’Eucaristia al Battesimo, ricevuto «nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo», e ci ricorda che i Sacramenti sono comprensibili alla luce della fede della Chiesa: sono ‘segni’ della fede, la suppongono e la suscitano”.

Mercoledì delle ceneri

Oggi inizia la Quaresima.

Quaranta giorni percepiti, nell’immaginario collettivo, come qualcosa di un po’ tristanzuolo, listato a lutto, grigio come le ceneri con cui alcuni cristiani si lasciano segnare la fronte.
Nell’accompagnare questo gesto, il prete può scegliere di recitare due formule. La prima suona così: ‘Ricordati che sei cenere e in cenere ritornerai’. La trovo terribile. Si tratta dalla maledizione che Dio rivolse ad Adamo dopo la disobbedienza (cfr. Gn 3, 19).
Certo che con un monito del genere, l’intero periodo quaresimale non può che essere visto come cammino di penitenza, fatto di digiuno, rinuncia e sacrificio. C’è solo un piccolo particolare: in tutto il Vangelo, Gesù non ha mai invitato alla penitenza, a mortificarsi e a fare sacrifici. Anzi, in Matteo dirà: «Misericordia io voglio non sacrifici» (12, 7).
Paolo l’ha capito bene quando ai Colossesi scriverà : «Nessuno vi condanni in fatto di cibo e di bevanda. Non lasciatevi imporre precetti quali: non prendere, non gustare, non toccare. Sono prescrizioni e insegnamenti umani, falsa religiosità che non hanno valore alcuno» (cfr. Col 2, 16-23).
Poi c’è una seconda formula – senz’altro più evangelica – che il prete può utilizzare nell’imporre le ceneri: «Convertiti e credi al Vangelo» (Mc 1, 15). In questi quaranta giorni la questione sarà piuttosto cominciare a credere al Vangelo, ossia a fidarsi che vivendo dispensando vita, si diviene fecondi e non si muore più.
In questo tempo, ci dice Gesù, ‘convertiti’, ossia cambia direzione, esci dal tuo piccolo egoismo, dalla tua tristezza esistenziale, inneggia alla vita, vivi fino in fondo un ‘di più di esistenza’, perché io sono venuto proprio per questo, a dare ‘vita sovrabbondante’ (cfr. Gv 10, 10), una vita qualitativamente così alta in grado di vincere anche la morte. Di questa ‘pasta di eternità’ è fatta la tua vita, altro che di polvere! Tu, se vivi rimettendo in moto la vita di chi ti sta accanto, attraverso l’amore e il perdono, non conoscerai più la morte. Non sei destinato a diventare polvere ma a vivere per sempre! (cfr 1Gv 3, 14).
In questi quaranta giorni, vivi più che mai da risorto perché è il giorno di Pasqua la meta della Quaresima. Illuminati illuminando chi ti sta accanto!
Getta luce in faccia alle persone che incontri! Dispensa vita.
L’uso di imporre le ceneri in questo mercoledì, «si rifà all’uso agricolo dei contadini che conservavano tutto l’inverno le ceneri del camino, per poi, verso la fine dell’inverno, spargerle sul terreno, come fattore vitalizzante per dare nuova energia alla terra. Ed è questo il significato delle ceneri: l’accoglienza della buona notizia di Gesù è l’elemento vitale che vivifica la nostra esistenza, fa scoprire forme nuove originali di amore, e fa fiorire tutte quelle capacità di dono che sono latenti e che attendevano solo il momento propizio per emergere» (Alberto Maggi).

Buona Quaresima di gioia!