Abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito

La ricchezza è un grande rischio, un pericolo per chi voglia davvero trovare la felicità.
Sconcerto tra gli apostoli: non che nessuno abbia problemi di ricchezza: l’unico, Matteo, ha venduto tutto e non gli importa più nulla del denaro.
Pietro, timidamente chiede conferma di questa teoria: loro hanno lasciato tutto, quindi sono a posto, no?
No, Pietro, anch’io sono dalla tua parte, ma non è proprio così.
La ricchezza è questione di atteggiamento del cuore, non di spessore del portafoglio, la ricchezza può essere un attaccamento eccessivo ad un pensiero, ad una persona, ad un progetto e Gesù dice: l’unico che può colmare davvero il cuore sono io.
Non è una minaccia, quella del Maestro, è una promessa: lui pretende di essere più di ogni bene, più di ogni affetto, più di ogni desiderio.
La ricchezza, in questo, è perniciosa e ingannevole perché difficilmente realizza quella felicità che promette.
Gesù incoraggia Pietro: se davvero hai lasciato tutto, Pietro, riceverai cento volte tanto.
Pietro non sa se essere contento o preoccupato, non sa ancora che dovrà staccarsi dalla cosa più difficile: l’immagine di se stesso buon apostolo, apostolo fedele.

Mi ami tu?

A conclusione del nostro tempo pasquale, leggiamo oggi lo splendido incontro tra Pietro e Gesù alla fine del vangelo di Giovanni.
Il dialogo, conosciuto da molti, è straordinario e sigilla la definitiva amicizia tra Pietro e il suo Maestro.
La lingua greca è piena di sottigliezza che la traduzione italiana in parte tradisce.
In greco esistono tre modi per indicare l’amore: l’amore di attrazione, erotico, quello di amicizia e l’amore grande, quello ideale, quello legato all’esperienza di Dio.
Gesù le prime due volte chiede a Pietro: «Mi ami di amore grande?» e Pietro risponde, sconsolato: «Ti amo di amore di amicizia».
Povero Pietro! L’apostolo entusiasta, il focoso, l’irruento, quello disposto a morire per il Maestro, ha misurato il proprio fallimento, il proprio limite e non osa più esporsi, sbilanciarsi.
Credeva di amare Gesù di un amore focoso e travolgente, ma nel cortile del Sinedrio una serva ha mostrato l’inconsistenza del suo amore…
Per la terza volta Gesù parla.
Questa volta è lui che abbassa lui il tiro e chiede a Pietro un amore di amicizia.
Pietro tace, è rattristato, è stato Dio a dover abbassare le pretese, e risponde: «Cosa vuoi che ti dica, tu mi conosci, sei tu che misuri il mio amore!»
Grande Pietro!
A te il Signore ora chiede fedeltà, a te di occuparti dei fratelli, senza sogni smisurati, senza pretese, senza illusioni.
Ora potrai davvero essere un buon pastore, non un giudice, perché cosciente del tuo limite…

L’ora della prova

“Adesso credete?” Gesù ironizza con i suoi.
No, il tempo di credere è passato, hanno perso il treno, non erano presenti al momento giusto, hanno perso l’appuntamento.
Idiozia degli apostoli e nostra, presunzione di tenere tutto, anche il tempo di Dio nelle nostre mani!
Adesso crediamo? Dopo avere tutto valutato, dopo avere dedicato, bontà nostra tempo a Dio?
Adesso? Povero Dio, continuamente esaminato, sempre messo alla sbarra dei nostri pregiudizi e delle nostre manie!
Sempre ultimo nell’interminabile lista delle nostre vere o presunte priorità!
Gesù si sente solo, ora, il percorso che gli apostoli dovevano fare è fallito, poco importa che loro – adesso – si siano convinti.
Tutto, intorno, è tenebra e astio, la croce resta l’ultima soluzione.
Forse gli uomini capiranno, dinnanzi all’appeso, che le sue parole erano parole di verità, non discorsi da predicatori, non esercizio di retorica.
Gesù, ora, sa che solo affronterà l’ultima, drammatica prova.
Ma esiste un appello, gli apostoli saranno chiamati ad un’ultima prova, la definitiva: saranno chiamati ad accettare umilmente il proprio fallimento, a mettere da parte la propria sicumera.
Falliti, masticati dalla sofferenza, umiliati dalla constatazione del proprio limite, potranno finalmente diventare discepoli, allora, non adesso, allora, come vuole Dio.

Senza di me non potete fare nulla

Senza di me non potete fare nulla.
Gesù è categorico e tagliente in questa affermazione e l’esempio che fa’, quello dei tralci e della vite, lo esemplifica in maniera assoluta.
Avete una qualche esperienza di potatura, amici?
Che siano le rose del giardino o un vitigno, il principio è lo stesso: il tralcio deve restare unito alla vite per vivere e portare frutto.
Attraverso l’innesto, la linfa vitale lo nutre e lo fa crescere, e necessita di essere potato, accorciato nel punto giusto perché la linfa vitale non si disperda ma si concentri nel frutto.
Dal che derivano alcune conseguenze: se ci tagliamo da Cristo sopravviviamo, non viviamo, vivacchiamo, non voliamo.
Se nella mia settimana non riesco a trovare dei momenti e dei tempi di silenzio e preghiera, per ascoltare e meditare la Parola, la mia vita inaridisce, secca.
Seconda considerazione: i frutti che possiamo portare, frutti di bene, di amicizia, di serenità, di perdono, derivano dal nostro essere innestati al Maestro.
Non abbiamo molto da fare, ci suggerisce san Giovanni, se non “dimorare”, “restare”, non allontanarci dalla tenerezza di Dio.
Dimoriamo nell’amore, in questa giornata, tutto ciò che possiamo fare, produrre, dire, scrivere, organizzare, cose belle e sane, attingano la loro spinta e la loro profondità nel cuore stesso di Dio.
Senza di lui, lo sappiamo bene, non possiamo fare nulla e non portiamo frutti.

Vi lascio la pace, vi do la mia pace

Il Signore ci dona la sua pace, che è una pace diversa da quella che dona il mondo.
L’abbiamo sperimentato e lo sperimentiamo in questo inizio di terzo millennio: il mondo si è svegliato impaurito e guerriero, e tutte le conquiste che sembravano aver portato i buissimi anni del ventesimo secolo sono dimenticate.
Il nostro è un mondo inquieto e molte persone, contrariamente a quanto accadeva nel passato considerano la pace come il più grande dei beni dell’umanità.
E’ bello condividere anche con i non-credenti l’anelito alla pace e alla giustizia profonda, è un segno dei tempi anche quando viene male interpretato o manipolato.
Occorre comunque ribadire che la pace del cristiano parte da un incontro, da un dono del Risorto, non è atto spontaneo, né generosa concessione.
La pace è condizione essenziale per potersi dire autenticamente discepoli; e questa pace si raggiunge anzitutto nel profondo, nell’intimo, nel cuore di ciascuno, cuore toccato e convertito dal sentirsi amato.
Il cristiano è pacifista perché radicalmente pacificato, disposto ad amare perché amato.
Proprio perché amato e perdonato divento capace di amare e perdonare, di donare la mia vita, di vedere nell’altro un fratello e mai un nemico.
Conserviamo la pace nelle piccole cose, diventiamo pacificatori, non solo pacifisti, perché le grandi guerre non sono che la somma delle nostre piccole guerre e dei nostri piccoli egoismi.