La Domenica della Parola: come viverla e perchè

La Domenica della Parola è un’occasione unica per raccogliere il popolo di Dio attorno alla Bibbia, rinnovando una delle dimensioni essenziali della vita cristiana: l’ascolto.

In questa giornata l’incontro con la Bibbia può essere favorito da momenti celebrativi, formativi e di festa, con i quali si desidera restituire al Libro di Dio la sua centralità, mettendone in luce il grande valore umano e sociale, oltre che cristiano e spirituale, invitando a leggerlo, a ripercorrerlo, a riscoprirlo.

La Domenica della Parola può essere il momento propizio per organizzare, anche in vista della Quaresima, conferenze, tavole rotonde, giornate di studio e di approfondimento, spazi di confronto al fine di favorire la formazione dei fedeli e degli operatori pastorali. Come è stato suggerito durante i lavori sinodali, sarebbe bene favorire la costituzione e «diffusione di piccole comunità, formate da famiglie o radicate nelle parrocchie o legate ai diversi movimenti ecclesiali e nuove comunità, in cui promuovere la formazione, la preghiera e la conoscenza della Bibbia secondo la fede della Chiesa».

Papa Francesco ha manifestato fin dall’inizio del suo pontificato una grande attenzione per la diffusione delle scritture, lo ha dimostrato anche con una serie di distribuzioni fisiche di copie del vangelo, invitando i fedeli a una lettura frequente dei testi fondamentali del nostro credo.

Perché la Festa della Parola sia un momento significativo, capace di coinvolgere il maggior numero possibile di persone, suggerisco di curare in modo particolare tre diversi aspetti, cercando di valorizzarli anche quando la Domenica della Parola copre lo spazio di una sola giornata.

In primo luogo, invito a vivere alcuni momenti celebrativi, con particolare attenzione alla celebrazione eucaristica domenicale.

Quindi raccomando alcuni momenti formativi che permettono di capire il significato e la storia dei testi biblici, lasciando il dovuto spazio agli interrogativi dei partecipanti.

Sullo sfondo deve permanere la disposizione ad accogliere la Bibbia non solo come libro ma come una Presenza, la presenza di Colui che «sta alla porta e bussa».

Il Sinodo del 2008 dedicato a La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa ha raccomandato a tutte le nostre comunità «l’impegno nel far emergere il posto centrale della Parola di Dio nella vita ecclesiale». Cosa vuol dire? Vuol dire «incrementare la “pastorale biblica” non in giustapposizione con altre forme della pastorale, ma come “animazione biblica dell’intera pastorale”. Si tratta di verificare che nelle abituali attività delle comunità cristiane, nelle parrocchie, nelle associazioni e nei movimenti, si abbia realmente a cuore l’incontro personale con Cristo che si comunica a noi nella sua Parola» (Verbum Domini, 73).

Anche nella nostra diocesi di Torino non mancano le iniziative legate alla Parola: giornate di formazione biblica, il format “Alla scoperta della Bibbia” già realizzato in diverse Unità Pastorali, appuntamenti di lectio, gruppi di ascolto della Parola, sussidi biblici per l’Avvento e la Quaresima… Spesso quel che manca non sono le proposte o le iniziative, ma la conoscenza delle stesse. Proprio per questa ragione la Chiesa aggiunge una ulteriore raccomandazione: «Per raggiungere lo scopo auspicato dal Sinodo di un maggiore carattere biblico di tutta la pastorale della Chiesa è necessario che vi sia un’adeguata formazione dei cristiani… Al riguardo, occorre riservare attenzione all’apostolato biblico, metodo assai valido per raggiungere tale finalità, come dimostra l’esperienza ecclesiale.» (Verbum Domini, 75).

Commento al vangelo del 26 Gennaio 2020

Giovanni è in prigione, scrive Matteo.
Non solo un punto di riferimento cronologico nella vita di Gesù, ma una profezia, un anticipo della sorte che toccherà – come a tutti profeti – anche al Rabbì di Nazareth.
Affiancato a questo evento, Matteo aggiorna il lettore sulla nuova residenza di Gesù: da Nazareth a Cafarnao.
Questo spostamento non è per nulla casuale.
La regione di Zabulon e Neftali è un territorio di frontiera, luogo di mescolanze etniche, culturali, religiose, guardato con diffidenza dai puritani di Gerusalemme.
Gesù inizia da qui.
La Sua è una scelta precisa, un trasloco che conferma che questo messia che si è infilato tra i peccatori al fiume Giordano, ha uno stile, un progetto, un cammino che è destinato a creare non pochi problemi.
Forse qualcuno si aspettava che il Messia atteso prendesse in affitto un comodo bilocale con balconata sulla piazza centrale di Gerusalemme…
Delusione. Grande delusione.
Fin dall’inizio Gesù chiarisce che Lui è diverso, irriducibile agli schemi in uso, rivoluzionario – e per certi versi deludente – rispetto a molte delle attese del tempo.
Da questa terra squalificata, da questa collocazione strategica della sua missione, Gesù da il via alla primitiva predicazione: l’esigenza della conversione e l’annuncio del Regno.
La chiamata dei primi quattro discepoli esemplificano e concretizzano queste prime parole del Rabbì.
Sono molti gli elementi che caratterizzano questa prima chiamata dei discepoli riportata da Matteo.
Rileggendola con calma, mi affascina la centralità di Gesù.
E’ Lui che cammina, vede, chiama.
E’ Lui al centro dell’invito fatto ai quattro pescatori di Cafarnao: “Seguitemi”.
La proposta del Rabbì non riguarda una dottrina religiosa, un insegnamento, un progetto.
Al centro di tutto sta la relazione con Lui, sta la novità di un incontro che stravolge la vita di quegl’uomini.
Mi fa riflettere che i primi quattro discepoli siano due coppie di fratelli.
Curioso? Non vi pare?
Chissà quanti pescatori c’erano quel giorno sulle rive del mare di Galilea, e Gesù va a scegliersi proprio due coppie di fratelli!
E’ così: il Vangelo è un invito alla fraternità, perché questa è la sola condizione con cui è possibile mettersi seriamente alla Sua sequela.
Tutto l’avventura del cammino dei discepoli, mostrerà che il superamento delle piccole logiche personali, l’abbattimento dei propri egoismi, lo smascheramento della propria falsa autosufficienza e l’apertura alla nuova logica della fraternità del Regno, siano condizioni essenziali della vita evangelica e dell’esistenza del discepolo.
Allora coraggio, cari amici!
Rimettiamoci in cammino, lasciamo che l’invito del Rabbì risuoni forte tra le reti della nostra quotidianità e ci risollevi dalle nostre incertezze e dalle tiepidezze della fede.

Commento al vangelo del 19 Gennaio 2020

Io non lo conoscevo, ripete per due volte un assorto Giovanni Battista.
Lo stupore di domenica scorsa (Tu vieni da me?) gli ha spalancato un mondo, un orizzonte, una comprensione del mistero di Dio totalmente inattesa.
Credeva di sapere, credeva di credere, credeva di conoscere.
Tutta la sua vita si era consumata intorno a quell’attesa, a quella preparazione, a quell’incontro.
Tutta la sua credibilità, che attirava folle dalla lontana Gerusalemme, che sapeva tenere testa alle spie inviate dal Sinedrio per metterlo in difficoltà, era fondata su quella coerenza radicale, quasi indisponente, brutale.
L’ultimo dei profeti, il più grande, il più epico, il più irraggiungibile, ora è spiazzato.
Perché solo i grandi uomini accettano di farsi mettere in discussione anche quando credono di sapere.
E magari sanno veramente.
Così è la nostra vita di ricerca.
Così inizia questo tempo donato da Dio.
Senza sapere. Anche se già sappiamo.
Senza sederci sulle certezze acquisite, sulle cose donate e imparate, senza voler apparire arrivati o sapienti.
Dio sa stupirci, se lo lasciamo fare.
La conoscenza di Dio nasce sempre da un’esperienza.
Il vedere non è solo un distratto guardare estetico, curioso, superficiale.
È l’atteggiamento di chi si pone davanti alla vita con mille domande, ma non per il piacere di ascoltare il suono della propria voce, ma nella consapevolezza che o siamo cercatori o non siamo.
Ho visto, dice Giovanni.
Ha visto Gesù venire verso di lui, dopo il Battesimo.
Ha visto un Dio che gli si fa incontro, presente, prossimo, vicino.
Come abbiamo visto noi, in questi brevi ed intensi giorni di Natale.
Abbiamo visto un Dio che diventa bambino, che ribalta le nostre prospettive, che colma le nostre stalle, che si rivolge agli sconfitti della storia.
Abbiamo visto, se non ci siamo lasciati sopraffare dall’inutile buonismo che emoziona e non converte.
Se sappiamo alzare lo sguardo dalla disperazione, se lasciamo il cuore e l’anima andare oltre l’apparenza di una festa diventata mondana, anche noi vediamo il Signore venirci incontro.
È questo il cristianesimo: lo stupore di un Dio che prende l’iniziativa, che annulla le distanze, senza porre condizioni, senza chiedere nulla in contraccambio.

Commento al vangelo del 12 Gennaio 2020

Tu sei il mio figlio bene-amato, nel quale mi sono compiaciuto” .
Prediletto“, traduce la nostra Bibbia, ma preferisco il più letterale “bene-amato” che soggiace al termine greco originale.
Gesù – quindi – è anzitutto “bene-amato” e in lui Dio si “compiace“.
Tutti noi veniamo educati a meritarci di essere amati, a compiere dei gesti che ci rendono meritevoli dell’affetto altrui; sin da piccoli siamo educati ad essere buoni alunni, buoni figli, buoni fidanzati, buoni sposi, buoni genitori, buon parroco…
Il mondo premia le persone che riescono e – dentro di noi – s’insinua l’idea che Dio mi ama, certo, ma a certe condizioni.
Tutta la nostra vita elemosina un apprezzamento, un riconoscimento.
Dio mi dice che io sono amato bene, dall’inizio, prima di agire, a priori: Dio non mi ama perché buono ma – amandomi – mi rende buono.
Dio si compiace di me perché vede il capolavoro che sono, l’opera d’arte che posso diventare, la dignità con cui egli mi ha rivestito.
Allora, ma solo allora, potrò guardare al percorso da fare per diventare opera d’arte, alle fatiche che mi frenano, alle fragilità che devo superare.
Il cristianesimo è questo: la scoperta che Dio mi ama per ciò che sono.
Dio mi svela in profondità ciò che sono: bene-amato.
È difficile amare “bene”, l’amore è grandioso e ambiguo, può costruire e distruggere, non si tratta di adorare qualcuno, ma di amarlo “bene”, renderlo autonomo, adulto, vero, consapevole.
Così Dio fa con me. Allora coraggio, cercatore di Dio!
Non affannarti a scovarlo tra le nubi del cielo o negli avvenimenti sensazionali del marketing religioso.
Cercalo dove Lui ha scelto di lasciarsi incontrare.
Cercalo nelle corsie dell’ospedale dove lavori, in quell’uomo che dorme al tuo fianco e che non riconosci più come tuo marito, nella nonna ricoverata che non ti da pace, in tua sorella che fa di tutto per sottolineare i tuoi difetti, in tuo figlio che se n’è andato senza dare ragioni, in quel professore che senza motivo ti umilia in continuazione…
Lui lo sa cosa c’è nel tuo cuore. Lui è al tuo fianco. Lui ha scelto quel posto.
Cercalo lì e scoprirai che Lui ti ha già trovato.

Commento al vangelo del 5 Gennaio 2020

Oggi la liturgia ci riporta con occhi sgranati davanti allo spettacolo di questo Dio fragile che si affaccia nel mondo con la carne mortale di un bimbo indifeso e illuminato dal sorriso di una donna.
Che follia d’amore questo Dio che viene ad abitare in mezzo a noi e condivide la debolezza e la fragilità della carne con gli uomini di ogni tempo e di ogni luogo!
Giovanni scrive il suo prologo alla fine del suo vangelo, come se fosse un riassunto di tutta la sua predicazione.
La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta.
Dio insiste, Dio non si da per vinto, Dio esagera, alza il tiro, offre una soluzione, si dona ancora e sempre.
Amica che sei nelle tenebre della depressione: le tenebre non vincono.
Amico catechista travolto dalla fatica dell’apostolato e dalla solitudine: le tenebre non vincono.
Fratelli che cercate di portare un minimo di logica evangelica nella vostra azienda: le tenebre non vincono.
Discepoli che portate la logica della pace e della dignità umana nelle discariche del mondo dimenticate da tutti: le tenebre non vincono.
A chi accoglie la luce Dio dona il potere di diventare figlio di Dio, scrive Giovanni il mistico.
Io sono figlio di Dio. Non m’importa essere altro.
Sono già tutto ciò che potrei desiderare.
Solo che corro dietro a mille sogni e a mille chimere pur di ricevere compiacimenti e approvazione.
Ma sono già figlio. Solo che non lo so. O non lo vivo.
Natale è la presa di coscienza della mia figliolanza, della mia dignità, del fatto che Dio si racconti e che sia splendido.
E il Verbo si è fatto carne.
Non solo si è fatto Gesù, non solo uomo, ma di più: carne, esistenza umana, mortale, fragile ma solidale.
Bambino a Betlemme e carne universale.
Dio non plasma più l’uomo con polvere del suolo, come fu in principio, ma si fa lui stesso polvere plasmata.
Il vasaio si fa argilla di un piccolo vaso.
E se tu devi piangere, anche lui imparerà a piangere.
E se tu devi morire anche lui conoscerà la morte.
Da allora c’è un frammento di Logos in ogni carne, qualcosa di Dio in ogni uomo.
C’è santità e luce in ogni vita.
Il Verbo entra nel mondo e porta la vita di Dio in noi.
Ecco la vertigine: la vita stessa di Dio in noi.
La profondità ultima del Natale: Dio nella mia carne.
E destino di ogni creatura è diventare carne intrisa di cielo.

Commento al vangelo del 29 dicembre 2019

Oggi celebriamo la Santa Famiglia, così diversa dalle nostre famiglie (una madre Vergine, un padre adottivo, un figlio che è Dio!) eppure così identica alle nostre nelle dinamiche affettive.
Se, dicevamo, Natale ci obbliga a chiederci se davvero vogliamo un Dio così inerme, la meditazione di questa famiglia e dei trent’anni vissuti a Nazareth, se possibile, ci forniscono spunti ancora più incisivi…
Dio cresce, quindi.
Cresce nella quotidianità di una famiglia di povera gente, piena di fede e donata al Mistero.
Una famiglia che ha qualcosa da dire alla mia famiglia.
Siamo – ahimè – abituati a considerare il tempo diviso in feriale e festivo.
Altro è lo scorrere ripetitivo e noioso dei giorni, altro è l’evento cui ci prepariamo con gioia intensa; altra la fatica del lavoro altra l’ebbrezza delle ferie estive.
Così nella fede: la domenica, se riusciamo, ritagliamo cinquanta minuti di Messa e poi, in settimana, siamo travolti dagli impegni.
Nazareth ci insegna che Dio viene ad abitare in casa, che nella quotidianità e nella ripetitività dei gesti possiamo realizzare il Regno, fare un’esperienza mistica, crescere nella conoscenza di Dio.
Possiamo (sul serio!) elaborare una teologia del pannolino, un trattato mistico dei compiti dei figli.
La straordinaria novità del cristianesimo è – appunto! – la sua assoluta ordinarietà.
Dio ha deciso di abitare la banalità, di colmare lo scorrere dei giorni.
Maria e Giuseppe vedono il Mistero di Dio che gattona e bordeggia, che passa le notti piangiucchiando per la nascita di un dentino…
Mi sono chiesto cento volte quanta fede hanno dovuto avere questi genitori per dirsi che quel bambino, identico a tutti i bambini, era davvero il Figlio di Dio.
Giuseppe spesso guardava, alla fine della giornata, la sua verginale sposa imbarazzato per l’immensità della sua fede, sentendosi un poco inadatto a tanta meravigliosa tenacia.
Maria, quando portava il caffè a metà mattinata a Giuseppe con i capelli ricci pieni di trucioli, benediceva in cuor suo il Signore per avergli dato un compagno così semplice e vero.
La Santa Famiglia ci invita a guardare gli altri membri della famiglia con uno sguardo di fede e di luce, scovando il Mistero nascosto nelle persone che pensiamo statiche e immutabili.