I linguaggi dei vangeli

Annunci

Commento al Vangelo – Paolo De Martino

La liturgia, provocatoriamente, pone la trasfigurazione all’inizio del cammino penitenziale, per indicarci il luogo da raggiungere.
Siete già saliti sul Tabor nella vostra esperienza di fede?
Dio ci dona – a volte – di assistere alla sua gloria.
“Raptim”, diceva il grande Agostino. Fugacemente.
Un momento di preghiera che ci ha coinvolto, una messa in cui siamo stati toccati dentro, una giornata in quota in mezzo alla neve con la bellezza della natura che diventa sinfonia e ci mozza il fiato.
Il sentimento della bellezza di Dio, la percezione della sua maestà ci motiva e ci spinge.
Finché non giungeremo a credere grazie alla bellezza che ci avvolge, ci mancherà sempre un tassello della fede cristiana.
Sapete perché sono cristiano, amici?
Perché non ho trovato nulla di più bello di Cristo.
Dovremo forse ricuperare questo aspetto nella nostra vita cristiana, ripartire dalla bellezza.
Abbiamo urgente bisogno di bellezza, della bellezza di Dio che è verità e bene e bontà.
Non abbiamo forse smarrito la bellezza nel raccontare la fede?
Il Vangelo di oggi ci dice, al contrario, che credere può essere splendido.
Varrebbe la pena di ricuperare il senso dello stupore e della bellezza, l’ascolto dell’interiorità che ci porta in alto, sul monte, a fissare lo sguardo su Cristo.
Facciamo delle nostre messe dei luoghi di bellezza: il silenzio, il canto, la fede, il luogo in cui preghiamo, può riportare un briciolo di bellezza nella nostra quotidianità.
Facciamo delle nostre vite delle profezie di bene e di armonia, pronti a donare, a sorridere, a perdonare con matura e sofferta consapevolezza.
Tiriamo fuori tutto il bello che c’è in noi.
Sogno e lotto per la rivoluzione della bellezza, la conversione all’amore, come discepoli di questo bellissimo Dio che stiamo cercando.
Dio, lo splendido, ci rende splendidi, se lo lasciamo fare.

Prima riconciliati con tuo fratello

La quaresima ci porta a conversione, a raggiungere l’essenzialità nella vita di fede, a superare la distanza (a volte un vero e proprio baratro!) fra quello che diciamo di credere e la nostra vita.
È pieno il mondo di credenti che usano la propria fede come scudo, che tirano Dio per la giacchetta arrivando a giustificare ogni scempio possibile.
Certo, nessuno di noi, oggi, si sognerebbe di combattere una guerra in nome di Dio, ma ho visto, ahimé, all’interno della Chiesa trasgredire i più elementari principi di giustizia umana in nome di un’ipotetica giustizia divina!
Gesù è diretto e tagliente: la Parola che Dio ci dona è da prendere estremamente sul serio, da accogliere in tutta la sua destabilizzante provocazione.
Non basta non uccidere o non rubare, il Signore ci chiede di avere un cuore largo, benevolo, senza confini, che sappia volare, che sappia stupirsi e stupire, che sappia perdonare, che si preoccupi, addirittura, del fratello che ce l’ha con te…
Il principio dell’amore finisce col diventare principio assoluto, criterio di valutazione e di verità.
Nella splendida pagina ai Corinzi san Paolo coglie questo aspetto totalizzante: la Legge, senza amore, senza carità, si spegne, si inaridisce. Quaresima è il tempo in cui re-imparare ad amare.

Ben più di Giona è qui!

La gente chiede un segno, allora come oggi.
Hanno il Cristo di fronte e chiedono un ulteriore segno, come se non bastassero i segni che hanno avuto, i miracoli, le guarigioni, la tenerezza!
Chiedono ancora segni, come facciamo noi oggi, che corriamo dietro ai veggenti di turno, che cerchiamo i santi che fanno prodigi strabilianti e non vediamo i tantissimi miracoli che capitano davanti ai nostri occhi!
E il Signore, a loro e a noi, ancora dice di guardare alla predicazione dei profeti, come gli abitanti di Ninive, pagani e idolatri, violenti e senza scrupoli, seppero convertirsi alla predicazione del pavido Giona.
Giona profeta da strapazzo, che fugge quando è chiamato da Dio, che sa bene cosa significa avere a che fare col Dio misterioso di Israele e se la batte a gambe.
Poco importa se i profeti che ci stanno accanto sono fragili e deboli, come sperimenta bene san Paolo, la potenza di Dio, spesso, si manifesta pienamente nella debolezza degli uomini.
L’acqua della sorgente giunge a noi limpida, anche se la fontana è arrugginita.
Accogliamo, oggi, la Parola che viene dalla Bibbia, la Parola che ci giunge attraverso gli eventi.
Ecco, ben più di Giona c’è qui!

Quando voi pregate dite così…

La quaresima è un tempo in cui seguire Gesù nel deserto interiore e lasciare che la nostra anima, infine, ci raggiunga.
Ma, per farlo, abbiamo bisogno di recuperare lo spazio dell’interiorità, del silenzio, della preghiera.
Gesù stesso, oggi, ci insegna a pregare senza sprecare parole, senza contrattare con un Dio sordo e insensibile, ma rivolgendoci ad un Padre che sa di cosa abbiamo bisogno.
Forse è questa la ragione per cui la nostra preghiera, troppo spesso, non viene ascoltata: non è ad un Padre che ci rivolgiamo, ma a un despota, a un politico potente da convincere, a qualcuno da corrompere.
Gesù, nella straordinaria preghiera del Padre nostro, ci insegna chi è Dio, un Padre che vuole il bene dei suoi figli, e chi siamo noi, dei fratelli a cui è affidato il mondo.
Ci insegna cosa è necessario alla nostra vita (il pane senza accumulo), cosa ci rende liberi (il perdono), cosa dobbiamo temere (la parte oscura, il demonio).
In questo tempo di desertificazione riprendiamo in mano la preghiera del Maestro, la più preziosa, riscopriamone il sapore, la forza devastante, l’audacia, la tenerezza. Nessuno, nella storia dell’umanità, ha mai osato dire tanto di Dio…

Dio è onnipotente nell’amore

Il Vangelo di oggi ci propone la parabola del cosiddetto “Giudizio universale”.
Se non giungeremo a contemplare l’immagine di Gesù rivelatore del vero uomo e del vero Dio, continueremo a leggere questa pagina evangelica con timore e tremore…
Dio è onnipotente solo nell’amore.
Va da sé che l’unico giudizio di Dio sull’uomo e sulla storia sarà quello nato sulla croce, ovvero del dono massimo di sé per unire a sé ogni uomo ladrone crocifisso.
Dio non può che giudicarci amandoci.
E ci amerà unendo a sé tutti coloro che hanno dilatato la propria umanità sino alle conseguenze ultime dell’amore attraverso l’accoglienza dello Spirito e la cura dei fratelli, divenendo così una cosa sola con l’Amore.
E li unirà a se perché l’amore fa tutt’uno con l’amato.
E quella parte di noi che non sarà riuscita a spendersi e giocarsi nell’amore, perché ancora segnata dalla fragilità, dalla povertà esistenziale, allora sarà raggiunta dal suo Spirito, che come fuoco brucerà la parte malata di noi conservando per sempre il bene che abbiamo compiuto.
Ebbene, tutto questo è raccontato nella parabola del Vangelo di oggi.