Settore Apostolato Biblico: quali prospettive nella Diocesi di Torino?

Giornata di Formazione 17 marzo 2018 ore 9.00 – Parrocchia SS. Nome di Maria – Torino
Il Settore Apostolato Biblico dell’Ufficio Catechistico offre una Giornata di formazione e confronto a quanti animano incontri biblici (nella catechesi con gli adulti, nei gruppi di Vangelo nelle case, nelle comunità di ascolto…) e a quanti fossero interessati all’argomento.

Non è necessaria l’iscrizione ma chiediamo gentilmente di segnalare la propria presenza inviando una mail o telefonando possibilmente entro il 12 marzo.

Per informazioni e prenotazioni:

Ufficio Catechistico tel.: 011 51 56 340

e-mail: apostolato.biblico@diocesi.torino.it

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La spiritualità dello straccio

A dir la verità sappiamo ben poco della famiglia di Nazareth, della quotidianità, del lavoro, delle scelte, delle difficoltà…
I Vangeli ci fanno intravedere pochissimo di quegl’anni, la vita ordinaria di Gesù con Maria e Giuseppe è coperta dal silenzio.
Eppure, al di là di quello che si potrebbe pensare, quel silenzio è una delle rivelazioni più affascinanti della novità di Gesù, del suo Vangelo. I vangeli apocrifi e molti scrittori hanno sentito il desiderio di riempire quel silenzio imbarazzante.
Possibile che il Figlio di Dio sia rimasto inattivo per trent’anni a Nazareth?
Possibile che non abbia fatto nulla per iniziare la Sua rivelazione?
Possibile che nemmeno un miracolo, anche piccolo piccolo, sia rimasto nelle cronache del tempo?
Mi spiace deludere chi si aspettava grandi rivelazioni segrete sull’infanzia del piccolo Gesù e della santa famiglia, ma i primi trent’anni di Nazareth sono meravigliosamente segnati dal silenzio.
E’ un silenzio che grida più di tante parole, che illumina più di molti fari.
E’ il silenzio della quotidianità, della normalità, dell’ordinario.
Tutti lo attendevano; i profeti avevano preparato la via; storpi, ciechi, zoppi, malati e lebbrosi lo aspettavano e Lui che fa?
Pialla un tavolo, aggiusta un incastro di una sedia, prepara il manico di una pala.
Eccolo il nostro Dio, un Dio che mostra la via della santità, che abbatte la separazione tra sacro e profano, che fa del tempo ordinario il luogo decisivo della vita cristiana.
La santa famiglia di Nazareth ci richiama alla santità del quotidiano!
Dobbiamo sfuggire da tutte quelle forme disincarnate di vita spirituale che ci propongono modelli estatici ed angelici.
La famiglia di Nazareth ci richiama alla spiritualità dello straccio, la mistica del trattore, la teologia dell’ufficio!
Abbiamo bisogno di intrecciare il Vangelo al quotidiano, di inzuppare la Parola del Rabbì negli impegni e nelle responsabilità di ogni giorno, di lasciarci guidare dal soffio sobrio e deciso dello Spirito nelle scelte di ogni giorno.alla spiritualità dello straccio

Commento al Vangelo del giorno – 13 Febbraio 2018

Ieri parlavamo della durezza di cuore dei farisei che mettono alla prova Gesù.
E qualcuno di noi, probabilmente, in assoluta sincerità di cuore avrà pensato di non poter essere annoverato tra coloro che mettono sempre alla sbarra Dio.
Bene! Attenti, però, al rischio numero due, quello in cui cadono i discepoli: l’incomprensione.
Gesù parla loro del lievito da cui guardarsi, l’atteggiamento dei farisei (i giusti!) che può insinuarsi anche nella primitiva comunità (ma va?) e di quello di Erode, che vede in Gesù un avversario, in Dio un concorrente.
Gli apostoli, in maniera incredibilmente ottusa cominciano a dissertare sulla loro merenda.
Pericolo incombente, quello descritto da Gesù (e dagli apostoli che non esitano a raccontarlo nel vangelo), di chiudersi in un ragionamento piccolo, di non avere più fiato e ali per volare in alto.
Succede, nelle nostre comunità, di ingrandire a dismisura i problemi piccoli e piccolissimi per non vedere invece quelli grandi e ingombranti, chiudere il recinto del piccolo gregge per paura del confronto col mondo esterno, guardare il particolare scordando l’essenziale.
Chiediamo al Signore di renderci liberi dalle incomprensioni, di non ripiegarci su noi stessi: egli ci chiama a capire in profondità ciò che accade a noi e alla Storia, chiediamogli di scuotere e provocare le nostre comunità quando perdono mordente e profezia.

Commento al Vangelo 8 Febbraio

Il racconto della guarigione della figlia della donna pagana è presente anche in Matteo ma qui, in Marco, ci sono meno particolari. Stupisce, però, l’insistenza che fa Marco sulla totale estraneità di questa donna dalla tradizione biblica: l’evento avviene a Tiro, quindi fuori dai confini di Israele, questa donna è siro-fenicia (due popoli storicamente nemici di Israele!) e parla pure in greco!

In Israele la purezza e la santità erano inversamente proporzionali alla distanza dal tempio di Gerusalemme: già i galilei erano visti con sospetto, figuriamoci questa donna! Eppure Gesù la incoraggia e accetta la sua fede superstiziosa e superficiale: se il banchetto del Padre è rivolto anzitutto ai figli di Israele, anche i cagnolini possono sfamarsi delle briciole che cadono dalla mensa.

Lasciamo a Dio giudicare il cuore delle persone, di coloro che, ancora oggi, consideriamo “lontani” solo perché non hanno fatto la nostra esperienza di fede. Non esistono “stranieri” agli occhi di Dio ma ogni uomo che cerca in sé risposta e consolazione può incrociare misteriosamente lo sguardo del Signore.

Lasciamo a Dio il giudizio e siamo disponibili verso ogni uomo che oggi incontreremo!

Ritornare al “sè”

Quando succede nella vita del credente? Quando succede di perdere di vista l’essenziale e farsi travolgere dal proprio ego spirituale e erigere attorno a sé un muro di incenso finendo col manipolare la realtà? Gesù si scaglia contro i farisei, ma ne ha anche per i dottori della Legge, di ieri e di oggi.

Non se la prende con l’osservanza minuziosa della Legge che portava i farisei a pagare, addirittura!, la decima parte delle spezie, ampliando l’interpretazione della norma.

Non è il sincero zelo che condanna Gesù, ma l’avere dimenticato l’essenziale, l’origine di ogni regola, tanto più di una regola che si pensa derivare direttamente dalla volontà di Dio! Gesù, ai dottori della Legge, i conoscitori della Parola, a noi che siamo più dentro la conoscenza della teologia e della catechesi, chiede di portare i pesi insieme alle persone.

Non siamo dei maestri che dall’alto della propria supponenza impongono pesi che non vogliamo portare, ma fratelli che, nella semplicità e nell’autenticità, nella conoscenza dei propri limiti, condividono i fardelli gli uni degli altri, senza giocare a chi sia il più santo e devoto!      

Abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito

La ricchezza è un grande rischio, un pericolo per chi voglia davvero trovare la felicità.
Sconcerto tra gli apostoli: non che nessuno abbia problemi di ricchezza: l’unico, Matteo, ha venduto tutto e non gli importa più nulla del denaro.
Pietro, timidamente chiede conferma di questa teoria: loro hanno lasciato tutto, quindi sono a posto, no?
No, Pietro, anch’io sono dalla tua parte, ma non è proprio così.
La ricchezza è questione di atteggiamento del cuore, non di spessore del portafoglio, la ricchezza può essere un attaccamento eccessivo ad un pensiero, ad una persona, ad un progetto e Gesù dice: l’unico che può colmare davvero il cuore sono io.
Non è una minaccia, quella del Maestro, è una promessa: lui pretende di essere più di ogni bene, più di ogni affetto, più di ogni desiderio.
La ricchezza, in questo, è perniciosa e ingannevole perché difficilmente realizza quella felicità che promette.
Gesù incoraggia Pietro: se davvero hai lasciato tutto, Pietro, riceverai cento volte tanto.
Pietro non sa se essere contento o preoccupato, non sa ancora che dovrà staccarsi dalla cosa più difficile: l’immagine di se stesso buon apostolo, apostolo fedele.