Familiari di Dio

famigliaCi vuole una buona dose di follia, ma mi ci sto abituando, perché la Chiesa indichi come modello da seguire la famiglia di Nazareth, una famiglia decisamente atipica!
Guardiamo con sufficienza critica questa non-famiglia composta da una padre che non è il vero padre, di una madre vergine e di un bambino che è il figlio di Dio!
E invece, se abbiamo il coraggio di lasciar parlare gli eventi, qualcosa si smuove.
Perché, come ci dice Luca nel Vangelo, questa è una famiglia concreta, reale, che deve fare i conti con la fatica e la sofferenza, con gli imprevisti e i momenti di stanchezza delle relazioni.
Non è una coppia di semidei. Non ci sono gli angeli a stirare e a fare bucato.
Né le potenze del cielo che suggeriscono a Giuseppe le scelte da fare.
Questa famiglia è esemplare proprio nella sua vicinanza alle nostre fatiche e stanchezze, alle nostre crisi e ai nostri litigi.
Affrontati avendo Dio che corre in soggiorno…

Guardate a Giuseppe, ad esempio.
Giuseppe è il giusto per eccellenza, scrive Matteo nel suo racconto. Non è una caratteristica etica ma indica colui che vive osservando le prescrizioni della Legge.
Da questo punto di vista, al di là del suo dramma personale, Giuseppe vive una lacerazione interiore: deve denunciare Maria ma vuole salvarla a tutti i costi.
Non mette il suo orgoglio ferito di maschio al centro ma l’amore verso la sua sposa.
Questo gesto così umano lo porta a trasgredire la Legge!
È giusto perché forza la Torah. Ci sono delle eccezioni che Dio accoglie. Mettendo l’amore e la rettitudine prima della norma salva Maria… e se stesso.
Darà alla luce la salvezza (questo il significato del nome di Gesù) perché Dio salva solo attraverso i nostri gesti di accoglienza.
Giuseppe accoglie la realtà della situazione. La sua vita è rovinata, cambiata, stravolta. Potrebbe prendersela con Dio, non ci dorme la notte (affatto sdolcinato e remissivo!) come Maria (bella coppia) chiede ragione della sua battaglia e l’ottiene. E pronuncia il suo “sì” alla realtà. Non passivamente, non remissivamente: accoglie il reale, lo assume, lo cavalca. Prende con sé Maria e, quindi, Gesù. Non dobbiamo temere di prendere Gesù con noi, ci porta la salvezza.
Il “sì” di Giuseppe porta salvezza agli altri, senza saperlo. Non abbiamo conservato nemmeno una parola di Giuseppe, solo il suo gesto.
L’angelo gli dice che darà il nome Gesù a suo figlio. Maria partorisce, Giuseppe dona il nome, cioè l’identità!
Una splendida avventura di coppia, sono davvero famiglia.
Ogni padre è chiamato a dare il nome, cioè l’identità al proprio figlio, ad insegnargli la salvezza.

Guardate Maria, ad esempio.
È un ritornello che Luca ripete per due volte nel vangelo dell’infanzia.
Descrive con garbo la reazione di Maria, ciò che fa in mezzo al turbinio che sta avvolgendo la sua piccola vita.
Maria conserva ciò che sta accadendo.
Lo vive con intensità, si lascia coinvolgere con l’intelligenza del cuore, lo tiene a mente.
Certo, sono eventi straordinari: l’annuncio, il viaggio, il parto, la visita dei pastori…
Ma la qualità del vissuto di Maria, sembra insinuare Luca, è tutta particolare.
Non subisce gli eventi, né li affronta superficialmente, non se ne lascia travolgere.
Li conserva, li accoglie, ne fa tesoro, se ne appropria, cerca di rintracciare un senso in tutto ciò che avviene.
Fa l’esatto contrario di ciò che il nostro mondo ci obbliga a fare.
Travolti dagli impegni, accecati da continui stimoli, storditi dalle emozioni, siamo diventati incapaci di conservare.
Esiste una potente memoria, inattaccabile da virus e che non necessita aggiornamenti: la memoria del cuore, la custodia delle emozioni, gli affetti dell’anima.
Quel luogo interiore che siamo chiamati a scoprire e a nutrire, in cui conserviamo le scoperte più profonde, i valori sacri, le scoperte più sensibili e definitive.
Quella stanza intima, inaccessibile ai più, che conserva il nostro io più autentico e prezioso.
L’anima.
Da qui possiamo partire per ridefinire le nostre relazioni familiari.
Per appartenere alla famiglia di Dio.

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