Nessun profeta in patria

Gettare Gesù di Nazareth giù dal precipizio resta una moda immutata, malgrado siano passati (inutilmente) duemila anni. Succedeva ai nazareni, succede anche oggi: Gesù è splendido, carino e simpatico, siamo devoti e discepoli fino a quando pensa ciò che penso e dice ciò che anch’io dico, fino a che resta al suo posto e dice cose (solo) rassicuranti. Mi diventa antipatico e provocatore se – malauguratamente – dice qualcosa che mi urta se, insomma, non la pensa come me… Così è, amici, la nostra vita, così è il nostro carattere. Dio deve continuamente sostenere degli esami per essere accetto dalla nostra modernità. 

Il cristianesimo può esistere se accondiscende, se si adegua, se diventa politicamente corretto. Sennò, amen. Esiste, invece, un modo di amare che non è sdolcinato che, anzi, diventa severo e duro, che ci obbliga a verità. Non sempre chi ti dà una carezza ti ama e chi uno schiaffo ti odia. Sappiamo allora cogliere da adulti, senza cadere nello sconforto e senza reagire con suscettibilità, tutto ciò che il Signore, anche attraverso gli eventi, ci fa capire. E sappiamo digerire il Vangelo nella sua interezza, anche quando è politicamente scorretto e ci tratta come persone che hanno qualcosa da cambiare. E attenti noi, professionisti del sacro, frequentatori di sinagoga, discepoli di lungo corso, a tenere sempre il cuore fresco e attento ad ogni Parola che esce dalle labbra del Rabbì, anche quando non sono esattamente dolci, senza buttarlo giù dal precipizio…

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