Commento al vangelo di domenica 3 febbraio 2013

Lc 4, 21-30

Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato“.

Qual è la reazione a questa affermazione così rivoluzionaria di Gesù? Gioia? Entusiasmo? No. Gli abitanti di Nazareth, i suoi conoscenti, si domandano: “Non è costui il figlio di Giuseppe?”. Cioè: “È uno che conosciamo bene! Come può realizzare un sogno così?”. La nostra tentazione è quella di ridurre il Vangelo alla vita di sempre. Crediamo di sapere già; ci fidiamo della nostra esperienza, tanto che pensiamo non serva più nemmeno ascoltare.

La loro incredulità, e forse anche la nostra, non è sul piano teorico. È una incredulità molto concreta: è il rifiuto che Gesù entri nelle scelte della vita quotidiana; il rifiuto che la sua voce, in tutto simile alle nostre voci, sia però al di sopra delle nostre. È questa incredulità che impedisce al Signore di operare miracoli. Nel brano parallelo del Vangelo di Marco si nota, con amarezza, che Gesù non poté operare nessun miracolo a Nazareth a motivo della loro incredulità (Mc 6,8-9). L’incredulità lega l’amore di Dio, riduce all’impotenza le sue parole rendendole totalmente inefficaci. In un certo modo le uccide. Ecco perché l’incredulità diviene assassina. Come i nazareni spinsero Gesù fuori della loro città e tentarono di ucciderlo, perché non tornasse più in mezzo a loro rivendicando un’autorità sulla loro vita, così accade ogni volta che noi non accogliamo il Vangelo con il cuore sincero e disponibile. Lo mettiamo fuori della nostra vita, fuori della vita degli uomini. E continuiamo quella “via crucis” che a Nazareth ebbe la sua prima tappa e a Gerusalemme il suo culmine.
Forse già da questo giorno di Nazareth Gesù sente vere per lui le parole che dirà ai suoi discepoli: “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia”. È la vocazione del profeta. L’inizio del libro di Geremia ci ricorda la sua vicenda intessuta di sofferenze, di isolamento, di contestazioni. Ma il Signore lo conforta: “Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti” (Ger 1,19). L’apostolo ci indica la via umana migliore di tutte, quella a cui tutti dobbiamo aspirare, tutti: la via della carità! Chi è più grande? Colui che ama, che rende grandi gli altri perché li ama. Tutti siamo chiamati a vivere la carità. Allo scettico sembra ingenuità; al realista un sogno impossibile; al calcolatore una perdita; al giusto un eccesso. Solo la carità, l’amore, cambia il cuore degli uomini e realizza oggi il mistero della volontà di Dio che ci vuole nella gioia e vuole portare la nostra vita alla pienezza. E la carità non avrà fine.

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