III DOMENICA DI PASQUA (ANNO B)

Il Signore risorto non appare una volta sola, per tutte: continua a manifestarsi. Trova i suoi discepoli increduli, stupiti, pieni di dubbi, facilmente ripresi dalla vita di sempre. Lo scambiano per un fantasma.

Gesù conosce la debolezza della nostra vita, quanto facilmente siamo turbati di fronte al male, all’incertezza, al senso di fine, alle difficoltà. Turbamento e grettezza; paura e aggressività; timore e porte chiuse. I discepoli rivelano di essere uomini realisti, che sanno come vanno le cose: hanno visto, sono stati delusi nella loro speranza, non vogliono più abbandonarsi alla fiducia, si sentono in diritto di vivere così come sono, senza ascoltare più, senza cambiare. È il nostro modo abituale verso tutto e tutti.

Quanto facilmente scivoliamo prigionieri della logica delle cose, induriti dalle delusioni, in fondo condizionati dal male che vuole impedire la speranza, che sconsiglia la fiducia! Tutti i discepoli sono agitati dai dubbi, dall’incertezza. Come fare a credere ancora che l’amore vinca in un mondo dove si affermano la furbizia, le armi, il potere, l’arrangiarsi, l’aggressività. Il male indurisce il cuore, consiglia di non farsi prendere da nessuna passione per gli altri, di conservare solo quello che si è e si possiede. Non si è cattivi, ma non si sa volere bene; si giudica senza amore, perché l’amore non c’è più, è finito, si è perso, è stato tolto. Per alcuni dei discepoli, forse, i dubbi di sempre, le durezze, le incomprensioni verso un maestro così diverso dalla loro mentalità, riemergono dopo la sua morte, senza essere contrastate. Forse si rimettono a discutere tra loro, come quando dovevano stabilire chi fosse il più grande!
I due discepoli diretti ad Emmaus erano tornati in fretta a Gerusalemme e stavano raccontando agli altri quello che era successo: un pellegrino si era affiancato, aveva infiammato il loro cuore e finalmente lo avevano riconosciuto. Era Gesù quell’uomo che aveva spezzato il pane per loro, che aveva accolto la preghiera rivoltagli di restare perché il giorno stava per finire. E lui era restato. Il giorno di Pasqua può non finire; le oscurità della notte non prevalgono, la tristezza può trovare gioia e speranza vera. Stavano parlando di queste cose quando Gesù “in persona” si presenta in mezzo ai discepoli e li saluta di nuovo dicendogli “Pace a voi”. Gesù non sembra scandalizzato dalla loro incredulità. Dona la pace a chi è confuso, incerto, dubbioso, incredulo, testardamente attaccato alle proprie convinzioni, tardo di cuore. Quanto abbiamo bisogno di questa pace! Pace è comunione, gioia di vivere; pace è un cuore nuovo che rigenera quello che è vecchio; pace è l’energia che ridona vita e speranza alla vita di sempre; pace è qualcuno che mi capisce nel profondo, anche quello che io non so spiegare, che non mi umilia nella mia debolezza e nel mio peccato ma continua a volermi con sé ed a parlarmi; pace è qualcuno su cui posso contare; pace non è il piccolo successo individuale, la soddisfazione dell’orgoglio. Pace a voi, incerti, contraddittori, dubbiosi, testardi. Gesù è la pace che vince ogni divisione; la pace del cuore, che libera dai tanti pesi che lo rendono chiuso e triste. Pace tra il cielo e la terra.
I discepoli sono stupiti e spaventati. Parlavano proprio di lui eppure non lo sanno riconoscere. Sono attaccati ai loro dubbi. C’è una sottile tentazione del dubbio, che diventa la via per non scegliere mai, per mantenersi una riserva interiore. Il dubbio viene da solo; ma coltivarlo, accarezzarlo finisce per fare credere furbi, intelligenti; intristisce. Gesù diventa un fantasma. E un fantasma mette paura, è una presenza lontana, irreale, intangibile. Gesù era già apparso, eppure fanno fatica a credere ed a riconoscerlo vivo e presente in mezzo a loro: resta un fantasma, irreale, virtuale, tutte sensazioni e non un corpo. Gesù “aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture”. Solo ascoltando, il cuore comprende; accogliendo, incontrando il corpo di Gesù, si apre la mente all’intelligenza. Gesù non vuole solo liberare i suoi dal timore e dalla paura; non vuole solo mostrare concretamente la forza della sua resurrezione: chiede di essere testimoni, di diventare uomini che sperano e credono che ogni ferita può risorgere. Testimoni, non incerti e prudenti funzionari; testimoni, non paurosi discepoli al chiuso; testimoni, che vivono quello che comunicano e che comunicando imparano a viverlo; testimoni per contrastare la legge dell’impossibile di quelli che sanno tutto ma non hanno la speranza; testimoni che credono nella forza di amore che rende nuovo ciò che è vecchio e richiama dalla morte alla vita.

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