II DOMENICA DI PASQUA

Il Vangelo di questa domenica ci fa rivivere la prima settimana cristiana.

L’evangelista, infatti, ci presenta la prima apparizione del Risorto la sera della Pasqua e poi la seguente nella domenica successiva. Da allora sino ad oggi, ininterrottamente, i discepoli di Gesù continuano a radunarsi assieme nel “cenacolo”, di domenica in domenica, per rivivere quella medesima Pasqua, quel medesimo incontro. Tale appuntamento settimanale divenne così determinante che soppiantò la centralità del Sabato e fece della Domenica il giorno dei cristiani. “Non possiamo vivere senza la domenica” dissero i martiri di Abitene di fronte al giudice che li condannava per la loro osservanza domenicale.

Nella prima Pasqua i discepoli sono radunati nel cenacolo. La porta della casa è chiusa per paura “dei giudei”. In verità, più che le porte del cenacolo sono chiuse quelle del cuore. Ma il Signore risorto irrompe ugualmente nella sala e si ferma in mezzo a loro: subito li saluta, e poi mostra loro il suo corpo segnato dalle ferite. Sembra volerli assicurare che è il Gesù di sempre, il loro amico, e che continuerà a stare ancora con loro. Soffia quindi su di loro il suo Spirito e li invia per il mondo come testimoni del Vangelo. Manca Tommaso, quella sera. E quando i dieci gli raccontano l’accaduto egli mostra tutto il suo scetticismo: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò”. Perché l’evangelista, nel narrare il momento centrale del Vangelo e della vita della comunità cristiana quale è la Pasqua, si sofferma con una qualche ostinazione a sottolineare l’incredulità di Tommaso? Perché mettere in evidenza questo “peccato” così radicale? Non credo si vada lontano dal vero se si pensa che l’evangelista voglia sottolineare che non mancano difficoltà e problemi nel credere; essi sono presenti fin dalle prime generazioni, anzi fin dalle prime ore di vita della comunità cristiana, e proprio con uno degli apostoli.

Tommaso non è l’uomo razionalista o del fatto concreto, e neppure è l’uomo positivo che non si lascia andare all’emozione o al sentimento; insomma non è un duro ed un essenziale. Il Tommaso dei Vangeli, infatti, era capace di sentimenti vigorosi, forti, energici. Quando, ad esempio, Gesù decise di andare a trovare Lazzaro morto, nonostante il pericolo che correva, egli fu il primo a prendere la parola: “andiamo anche noi a morire con lui”. E ancora, quando Gesù parlava ai discepoli della sua prossima partenza, fu sempre lui, Tommaso, a chiedere: “Signore, dove vai tu, noi non conosciamo la via”. Non voleva insomma allontanarsi dal Maestro. Tuttavia, quella sera del primo giorno dopo il sabato, Tommaso ha di fatto accettato che la resurrezione di Gesù, annunciatagli con gioia dagli altri apostoli, è solo un discorso, una parola vuota anche se desiderabile e bella. E risponde subito con il suo discorso, con il suo credo: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò”. È il credo di un uomo non cattivo; anzi, generoso. È il credo di tante persone, le quali più che razionaliste sono egocentriche, prigioniere di sé e delle proprie sensazioni. È il credo di chi pensa sia vero solo quello che tocca, anche se falso; o di chi crede sia falso quello che non riesce a toccare, sebbene sappia ch’è vero.

Gesù, tuttavia, sembra accettare la sfida di Tommaso. La domenica seguente ? sono le nostre domeniche ? torna di nuovo tra i discepoli. Questa volta è presente anche Tommaso. E con lui siamo presenti anche noi. Gesù entra ancora una volta, a porte chiuse, e si rivolge subito a Tommaso invitandolo a toccare con le mani le sue ferite. E aggiunge: “Non essere incredulo, ma credente!”. L’evangelista sembra suggerire che Tommaso, in realtà, non abbia toccato le ferite di Gesù; gli sono bastate le parole rivoltegli dal Maestro. Esse lo hanno colto nella sua verità di incredulo, come accadde al pozzo di Giacobbe quando Gesù con le sue parole svelò alla samaritana la verità della sua vita. La Parola del Signore, il Vangelo, è ciò che distrugge la presunzione, l’orgoglio e la fiducia smisurata che Tommaso ha in se stesso e nelle sue convinzioni, e con lui anche noi.

Oggi il Vangelo chiede di umiliarsi un poco, di guardare oltre se stessi. Sì, assieme a Tommaso, dobbiamo inginocchiarci anche noi davanti al Risorto ed esclamare: “Mio Signore e mio Dio!”. Non si tratta di un Dio o di un Signore qualunque, bensì del “mio” Dio e “mio” Signore. Il mio “Tu”. La fede è proprio questo rapporto particolarissimo: dare del “tu” a Dio riconosciuto come Padre. La fede non è soltanto la professione dei momenti solenni. È soprattutto la fede di ogni giorno, della sconfitta dell’egocentrismo e dell’orgoglio, per sentire vicina e indispensabile la compagnia forte e tenera di Gesù risorto. Il calore di questa amicizia scioglie la durezza e sconfigge l’incredulità. Gesù, parlando a Tommaso, aggiunge: “Beati quelli che pur non avendo visto crederanno!”. È la beatitudine della fede. Una beatitudine decisiva per noi che veniamo dopo. Tommaso ci viene incontro in questa domenica e ci parla della beatitudine di accogliere il Vangelo, della gioia di inginocchiarci davanti al Signore e dirgli con il cuore: “Mio Signore e mio Dio!”.

Il brano degli Atti degli Apostoli, ove si descrive la vita della prima comunità cristiana, mostra la beatitudine concreta che scaturisce dalla fede nel Signore risorto. La fede non è semplicemente un atto intellettivo, non è l’adesione a delle verità astratte; è piuttosto uno stile di vivere, un atteggiamento che compenetra tutta la vita. La fede è la comunione con Dio e i fratelli. Scrivono gli Atti: “la moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuor solo e un’anima sola e nessuno diceva di sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune”.

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