“Economia solidale”… per uscire dalla crisi?

L’economia solidale è, prima di tutto, un atteggiamento da cui derivano dei comportamenti che determinano un particolare stile di vita. Forse, uscire dalla crisi, costruire un’altra economia fondata non sul profitto di pochi ma sulla buona vita di tutti, governata da istituzioni rivolte davvero alla giustizia e al bene comune, non è solo un sogno, ma un processo già in atto. E il tempo di crisi può essere un tempo opportuno.

E voi che ne dite? L’economia solidale quali risposte può dare alla crisi?

Ne parleremo martedi 7 ottobre ai Giovani della Speranza alle ore 21.00 su Primantennatv.

Condotto da Rossano Bisceglie, sarà ospite, come di consueto, il prof. Alessandro Meluzzi.

Scriveteci sin da ora: leggeremo i vostri commenti in diretta!

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17 pensieri su ““Economia solidale”… per uscire dalla crisi?

  1. Non tutti i mali vengono per nuocere, recita un vecchio adagio. Dal fondo della crisi abbiamo l’occasione di spingere per una svolta culturale decisiva: quella che riconosce il ruolo chiave di chi fa (e non solo subisce) economia dal basso.

  2. Lo strumento principale utilizzato per misurare la crescita economica, il PIL (Prodotto Interno Lordo), è talmente assurdo e contraddittorio che probabilmente le generazioni future rideranno di noi, quando ne leggeranno sui libri di storia, domandandosi come abbiamo potuto ricorrere per decenni, per valutare il benessere, a un parametro che si basa solo sul denaro speso (o guadagnato) per consumi senza distinguere se è servito a comprare armi o a costruire scuole; un parametro che aumenta se si fa una guerra… Roberto

  3. Non vogliamo una realtà differente, che si bea di essere migliore, bensì una penetrazione a tutti i livelli nel sistema esistente. L’obiettivo ultimo, deve esserequello di scomparire come economia alternativa, con un nuovo sistema totalmente altro.

  4. Personalmente credo che bisogna cercare di diventare realtà sostenibili anche dal punto di vista economico, capaci di gestire al meglio le nostre risorse per crescere e diventare credibili. Dobbiamo dimenticare il volontariato senza pretese, seppur lodevole, della parrocchia o del gruppo di amici. Il salto di qualità sta nel convogliare il grande interesse che c’è intorno all’economia alternativa su iniziative importanti e comuni, sempre in realtà non profit ma più stabili.. perché l’unione fa sempre la forza.

  5. Il punto è che parlare di etica (in ogni settore: ho letto che c’è persino la moda etica) significa parlare di uno “stile” con cui si fanno le cose: quindi si ha sempre l’impressione che si parli di cose aleatorie. Anche se poi, è vero, da questo “stile di vita” (come ha ricordato spesso il Papa) sono discese la Banca Etica, il commercio equo-solidale, ed altre iniziative simili. Io, nel mio piccolo, parlo di editoria etica: occorrerebbe anche in questo campo apportare dei principi etici, di recupero e investimento serio delle risorse, non solo di lucro sui libri e sugli scrittori (ad esempio molti di essi si devono pagare i libri di tasca propria…).

  6. il commercio equo assomiglia ancora troppo alla beneficenza piuttosto che alla soluzione dei problemi del mondo. Va bene per iniziare, ma non basta e non deve essere l’obbiettivo ultimo dei nostri sforzi.

  7. Vorrei fare una domanda: si dice che l’Africa dovrebbe intraprendere una propria industrializzazione diversa da quella dei paesi occidentali. come si armonizza con quelle che sono le difficoltà oggettive del continente africano dove l’instabilità politica è una componente fondamentale di ogni stato…non c’è un’identità nazionale che possa accomunare le varie etnie all’interno di una stessa nazione, non c’è una cultura comune né una lingua comune? Sesondo me non c’è speranza….

  8. Questa cosidetta economia solidale rischia di somigliare alle imprese del settore privato, cioè ad ibridarsi per tornaconto con l’associazionismo, ma diventando anche dipendenti dal sovvenzionamento pubblico….

  9. Noi parliamo di commercio equo, ma siamo proprio sicuri che i nostri prezzi siano equi? E la scelta fatta da alcune botteghe e centrali di entrare nella grande distribuzione è la via migliore per aiutare i poveri?
    E se fosse invece un’altra maniera con cui il mercato cerca di cooptare il commercio equo e solidale? Ho paura che il commercio equo abbia finito di sognare e di pensare alla grande. Ogni bottega, oltre che vendere, dovrebbe essere un luogo di ritrovo, di riflessione, di analisi, di cambiamento di stili di vita.

  10. perché non insegnare elle università che significa finanza etica, consumo sostenibile, commercio equo, evidenziando l’intreccio che lega lo sviluppo economico a quello sociale ed ambientale? Non solo Pil , RoE, Nasdaq. Accanto a questi, affiancare indicatori (come l’ISU) che tengano in considerazione il rispetto dei diritti umani e dell’ambiente, il tasso d’occupazione, il livello d’istruzione, che sappiano separare le transazioni lecite da quelle illecite.

  11. Bisogna essere consapevoli che una coerente ed efficace solidarietà non sta solo nel dare di più, ma piuttosto nel prendere di meno, dato che i nostri stili di vita assorbono una quantità sempre crescente di risorse, di cui altri vengono spogliati senza riceverne nemmeno un equo beneficio. Marta

  12. Occorre innanzitutto intenderci su cosa significa economia solidale.
    Se si fa riferimento al commercio equo e solidale, ai gruppi di acquisto solidale, ci si limita ad analizzare e a valutare esperienze che talvolta sono interessanti ma che oggettivamente, almeno nel breve periodo, non possono che occupare un posto del tutto secondario nell’economia italiana e in quella dei Paesi occidentali.
    Se invece per economia solidale si intende fare in modo che lo sviluppo economico sia uno sviluppo sostenibile, rispettoso ad esempio dell’ambiente, che punti non solo a perseguire l’obiettivo del benessere economico ma del benessere e basta dei cittadini, allora il discorso è diverso. Va promosso uno sviluppo economico chiamiamolo per brevità “sostenibile”, occorre tenere conto non solo del PIL ma anche di altri indicatori, di carattere sociale ad esempio. Ma è necessario stare bene attenti. L’economia di mercato, che fino ad oggi è l’unico sistema economico che bene o male ha funzionato ha le sue regole, alcune delle quali non possono essere modificate. O meglio l’economia di mercato va regolata e le regole possono essere più o meno stringenti in relazione a quanto avviene in un determinato periodo (è del tutto evidente che in una crisi economica come quella in cui siamo attualmente che è principalmente una crisi finanziaria debbano necessariamente essere stabilite nuove regole che impediscano il diffondersi di determinati comportamenti negativi nel sistema finanziario, nuove regole che possono essere anche temporanee).
    Ma alcuni capisaldi dell’economia di mercato non possono essere eliminati. Che le aziende debbano perseguire degli obiettivi riguardanti i profitti, ad esempio, è un principio che non può essere eliminato. Poi si pone il problema di come vengono utilizzati i profitti, se vengono reinvestiti e come, ma sul fatto che le aziende debbano produrre profitti non ci piove…

  13. Mi piacerebbe conoscere le ipotesi sui futuri scenari riguardanti il Fair Trade e sapere se si è studiato, attraverso un’indagine, l’acquirente-tipo del Commercio Equo e Solidale in Italia.

    Grazie 🙂

  14. La condizione perché si coordinino e si finalizzino tutte insieme le più disparate esperienze di economia-altra, è che coloro che vi partecipino condividano almeno una stessa esigenza di giustizia e dunque la stessa esigenza di far rispettare il diritto. Insomma il cemento dell’altra-economia alternativa non è economico, ma etico e politico.
    CHIARA

  15. ciao Paolo. Ora mi vado a vedere la ttrasmissione, scusami il ritardo. Ma sono incasinato come poche volte nella mia vita: 3 figli, 2 lavori, un trasloco…
    Ma ci sono e ti seguo volentieri

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