150 anni dall’Unità d’Italia…

Pubblichiamo la nota Sir di questa settimana.

Manca poco più di un anno, nulla. Cosa si farà per i 150 anni dall’Unità d’Italia, solennemente proclamata nel marzo 1861? Se lo è chiesto sul “Corriere della Sera” lo storico Galli della Loggia, lanciando nello stesso tempo un grido d’allarme sulla qualità dell’identità nazionale. Ci sarebbe da dare ragione a Metternich, concludeva con una battuta.
Il grande regista della Restaurazione sosteneva, com’è noto, che l’Italia era semplicemente un’espressione geografica. Ma non solo. Riconosceva anche che Italia era una “frase sonora”, cioè una espressione culturale, ideale e dunque ideologica. Tuttavia, concludeva, non è possibile una sintesi tra questi due dati, pure incontrovertibili, cioè la realtà dell’Italia geografica e quella dell’Italia culturale.

L’Italia, gli italiani, sosteneva il principe austriaco, in una serrata corrispondenza con i suoi ambasciatori ancora nel 1847, è ingovernabile, non può auto-governarsi, per difetto di quella che oggi chiameremmo cultura civica. Le famiglie, le città, gli Stati, vivono in un perenne conflitto: “La libertà non è compresa come nel senso della licenza e il bene pubblico è coperto dalla passione dei profitti individuali”. Metternich ribadisce che gli italiani non sono né degni né capaci di libertà e dunque di unità: devono essere tutelati dalle grandi potenze europee. L’Italia insomma deve essere governata, ma non può farlo da sola.
Impietoso e articolato, il “paradigma di Metternich”, pone molte suggestioni storico-politiche: non è forse la “governabilità” la questione–chiave che affatica il dibattito istituzionale (contemporaneo) da anni?
Ottima occasione, dunque, il rotondo “giubileo”dell’Unità: un’Unità peraltro che ancora si snoda attraverso un quarantennio, se un tempo si insegnava che l’unificazione, quantomeno territoriale, attraverso Venezia (1866) e Roma (1870) si compie solo con Trento e Trieste, poco più di un secolo fa, nel 1918. Lo stesso 1861 d’altro canto richiama i precedenti appunto del 1848, poi del 1849 e prima ancora del 1820-21. Senza dimenticare che la “questione romana” si risolve solo nel 1929, rafforzando l’unità attraverso la rinuncia da parte dell’Italia ad un fazzoletto di terra.
Ecco, allora, due possibili piste per una riflessione corale intorno al 150°.
La prima è proprio la suggestione da Metternich, su come saldare gli incontrovertibili dati della geografia e della cultura, da rileggere nel quadro europeo e globalizzato, in un assetto persuasivo di cultura civica e di governabilità.
L’altra, sul carattere processuale del processo di unificazione, che finisce con tenere insieme, col mettere insieme, attori, forze sociali, istituzioni, interessi tra loro molto differenti, in un gioco di alleanze e conflitti, di compromessi e di incroci, di lungo periodo, intorno ad alcuni principi e valori di identità. Che è responsabilità di tutti riconoscere e sviluppare adeguatamente.

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