Englaro: si scrive “accoglienza”… si legge “far morire”.

 Riporto integralmente questo articolo “illuminante” di Nicoletta Tiliacos apparso su PiuVoce.net

Non c’è solo lo scempio del linguaggio e del senso comune, quando, riferendosi a Eluana Englaro, si usano parole come “accoglienza” nel significato opposto a quello che tutti conosciamo. Per quale altra persona “accoglienza” dovrebbe significare disponibilità a mettere in opera la procedura che la porterà alla morte? Ma non c’è solo lo scempio del linguaggio, dicevamo. C’è lo scempio del diritto, visto che per Eluana è stata creata la categoria del testamento biologico presunto e desunto da altri, in un Paese che non ha nemmeno una legge sul fine vita. La parola di altri, che la porta alla morte, non sarebbe sufficiente al passaggio di proprietà di un immobile, ma per lei basta a certificare la necessità di farla morire.
C’è poi lo scempio delle regole della convivenza politica, sociale, umana. Per far morire Eluana Englaro (una persona che respira autonomamente, che passa dal sonno alla veglia, apre e chiude gli occhi, deglutisce, non ha nessuna malattia terminale) si chiede di calpestare i principi e le norme che regolano il Servizio sanitario nazionale. Che naturalmente non prevede, per usare le parole del sottosegretario al Welfare, Eugenia Roccella, un protocollo sanitario “per portare una malata che può vivere ancora molti anni e viene curata, a uno stadio terminale e farla morire”. Ma siamo sicuri che Eluana sia una cittadina italiana come tutti noi?

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